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Estremamente privato

L’esercizio del  pianto è una situazione molto intima.

Ho difficoltà a piangere in pubblico. Immagino sia la versione mascolina e dura di me che sigilla i rubinetti e non mostra cedimento. Ho dovuto lottare abbastanza spesso in vita mia e l’ho fatto incassando, stringendo i denti e mordendomi le labbra come pochi  sanno fare.

In realtà piango, eccome se piango! Non è un esercizio molto frequente ma assolutamente liberatorio.

Normalmente mi capita una volta ogni mese o due. Praticamente è il mio modo personale per liberarmi dello stress e dell’ansia che accumulo durante le settimane.  Come dire, al posto del “Tavor”  mi concentro e mi abbandono in un bel pianto. Ovviamente la cosa non avviene così per caso. E’ una situazione abbastanza studiata e normalmente organizzata come si deve. Mi spiego.

Devo avere tempo a disposizione. Il mio pianto va avanti per un bel po’. Non è una frignatina fatta di due lacrime  qualunque. Nossignori! Il mio è uno di quei pianti che contorgono le budella, pieno di singhiozzi disperati e inondazioni lacrimali.

Dunque serve tempo: sia per piangere sia per riprendersi poi. Una situazione del genere lascia, credetemi, il volto “tumefatto”: se piango la sera prima di dormire (cosa preferibile) la mattina troverò ancora i segni della disperazione sia sul volto ma soprattutto negli occhi. Sciacqui di acqua fredda servono abbastanza e se accompagnati da una breve passeggiata all’aria fresca del mattino finiscono per bastare poi, assieme a due gocce di trucco.

Il posto preferito per piangere è chiaramente il bagno. Seduta in terra spalle al termosifone (un po’ di calduccio l’inverno aiuta a riprendersi prima). Asciugamano per soffocare i singulti e metri di carta igienica per asciugare naso e occhi. All’occorrenza l’acqua è a disposizione.

Chiaramente la cosa più complicata è trovare la goccia, quella che fa “traboccare il vaso” e mi fa mollare le difese, sbottonandomi la corazza e lasciandomi libera di esprimermi nel pianto. Oddio, nei periodi di schifo che attraversano la mia esistenza, di gocce me ne cadono addosso abbastanza. Ma in ogni caso, anche nei momenti di  peggior testardaggine, ostinazione e caparbietà, quando il mio ego continua a ripetermi “non mollare, non mollare…” ho sempre il mio asso nella manica: leggere le prime pagine di  “Non ti muovere” e pensare alle mie figlie.

Non hai rispettato lo stop. Sei passata in volata con la tua giacca di finto lupo, gli auricolari del walkman pressati nelle orecchie. Aveva appena piovuto, e presto sarebbe tornato a piovere. Oltre le ultime fronde dei platani, oltre le antenne, gli storni affollavano la luce cinerea, folate di piume e garriti, chiazze nere che oscillavano, si sfioravano senza ferirsi, poi si aprivano, si sperdevano, prima di tornare a serrarsi in un altro volo. (…) Sei arrivata dal fondo del viale, in volata verso l’incrocio. Ce l’avevi quasi fatta, e quello della macchina ce l’aveva quasi fatta a schivarti. Ma c’era fango per terra, guano oleoso di storni in raduno. Le ruote della macchina hanno slittato dentro quella crosta sdrucciolevole, poco, ma quel poco è bastato a sfiorare il tuo scooter. Sei andata su verso gli uccelli e sei tornata giù dentro la loro merda, e insieme a te è tornato il tuo zaino con gli adesivi. (…) Un piccolo gemito ti è uscito dalle labbra insieme a un bozzolo di schiuma rosata, mentre te ne andavi dalla vita vigile. C’era traffico, l’ambulanza ha tardato. Tu non avevi più fretta. Eri ferma dentro la tua giacca di pelo come un uccello senza vento.