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Soave sussurro

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Soave sussurro di costruzione di morte gioiosa

by karin hofer

Serena costruzione di morte
Non comprendi?
Dopo aver passato
L’infanzia
Adolescenza
L’adulto nel esser genitore
Dopo aver interrotto e serenamente lasciato quel bagaglio dove deve essere
Nella passata costruzione di una vita
Oggi
Alle soglie d’un avventura
La più eccitante
La più intrigante
Dacché tutto maturo nel corpo e nello spirito
Dacché Oggi
Alle soglie dei cinquant’anni
Inizia la costruzione serena della morte
(…)

……

Dopo l’influenza di qualche settimana fa il mio fisico non si è ancora ripreso. Ghiandole linfatiche gonfie, mal di testa e dolori vari. Qualche analisi medica qualche medicina e fra qualche giorno tutto sarà passato di nuovo.

Ma è da questa mattina che, a seguito di un nuovo piccolo peggioramento, mi frullano per la testa strani pensieri. Come se non bastasse mi imbatto nel blog della mia carissima amica Karin che giusto ieri ha pubblicato la poesia che trovate qui – dietro mia cortese richiesta e sua gentile concessione. La versione integrale (e molto di più) la troverete nel suo blog.

Ordunque oggi riflettevo che se mi trovassi nella situazione di dover lottare un giorno per qualche malattia importante, lotterei, senza dubbio con tutte le mie forze.

Ma se mi dovessi trovare a perdere diverse battaglie e ad arrivare al punto di non ritorno, di non guarigione, certo davvero difficile da individuare e questo credetemi sulla parola, lo so bene …  ma comunque se riuscissi a capire che tutto è perduto, vorrei avere la forza di chiudere così da sola questa vita. Senza dover protrarre le sofferenze mie o peggio ancora di chi mi sta vicino.

Un amico oggi mi ha detto “Vorrei diventare concime da solo”. Quante coincidenze in questa giornata.

Che forse abbia ragione Karin?

Alle soglie dei cinquantanni inizia la costruzione serena della morte. Lei a telefono mi dice: “E’ una visione positiva.”

Io le credo. Averne la forza.


Il silenzio perfetto

 

C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.

(R. Battaglia, “Un cuore pulito“)

 

Amo molto il silenzio. Situazione ottimale per la concentrazione e la riflessione anche se per me non indispensabile. Con facilità riesco ad estraniarmi dal mondo e dai suoi rumori per poter pensare, immersa nel mio personale silenzio.  Ciò non toglie che sia spesso alla ricerca del silenzio, che non ami anzi affatto lo strillare o lo schiamazzare … a volte mi imbarazzo pure per la mia risata, assai riconoscibile ma, per quanto sincera, troppo “grassa” ed esibita!

Certo è che, nei momenti di forte difficoltà della mia vita, sono stata alla ricerca del vero silenzio. Quel silenzio che rappresenta l’oblio, la voglia di perdita di contatto con la realtà. Un “silenzio perfetto” che fa dimenticare chi siamo e dove siamo. Ho cercato un silenzio che riempisse l’anima solo ad ascoltarlo e che fosse rigenerante per tutte le cellule. Un silenzio che rallentasse il ritmo del mio cuore e del respiro tanto doveva essere intenso. Un silenzio dove poter rilegare i miei dolori più privati, non tanto per dimenticarli, ma perchè a volte non ci sono parole che possano servire a descriverli o ad alleviarli. Ritengo che in quei momenti solo il silenzio possa avvolgere un dolore per renderlo meno assordante, meno fragoroso o rimbombante.

* * * * * * * *

More about Il silenzio perfettoHo letto “Il silenzio perfetto”  di Ilaria Mazzeo edito da Intermezzi.

Ilaria  ha solo 30 anni e questo è il suo primo romanzo breve, che devo ammettere, si legge in un soffio. Una scrittura semplice ma ricca di dialoghi ben articolati.

La trama: un concentrato di dolori, spesso solo sussurrati, o appena accennati che lasciano però il lettore  – almeno quello munito di fantasia – forse troppo libero di immaginarsi i personaggi e le loro storie. In sole centoventi pagine si concentra il dolore di due fratelli abbandonati dal padre; il dolore per la morte di un fratello precedentemente scomparso; il dolore per una storia d’amore ritenuta sbagliata e per questo terminata.   Fra le righe del racconto, si intuisce il dolore del nipotino rimasto orfano (liquidato in una frase “Chi restituirà l’infanzia a questo bambino?), nonchè quello per un vecchio amore abbandonato; il dolore nel rivedere il vecchio padre e potrei forse continuare. Chiaramente, un po’ tanto; quasi il libro fosse dedito alla ricerca di un “dolore perfetto” più che di un tale silenzio … 

Il racconto tende anche, per quanto assolutamente scorrevole,  a non delineare molto i personaggi, tranne giustamente un po’ la protagonista, Ginevra, che rimane però sempre con una consistenza ed un’ampiezza leggermente limitata. Tutto scorre velocemente e velocemente viene liquidato. A momenti resta difficile immedesimarsi in lei, nei sentimenti che prova e infine, considerato il periodo nero che sta passando, non possiamo che condividere la scelta del suo medico nel prescriverle dei potenti e “miracolosi” sonniferi!

Ma, ironia a parte, ci sono tratti di scrittura molto interessanti come le visioni oniriche della protagonista che si sviluppano come un leggero filo conduttore in tutto il romanzo. Presenze costanti che danno un senso alle sue scelte e che forse l’aiutano a non sentirsi così sola e “ad andare avanti come un cavallo con il paraocchi, ben imbrigliato ed addestrato a percorrere sempre la stessa strada“.

Non sono pertanto nel complesso, certo centoventi pagine che si fanno sfogliare senza lasciare il segno. Anzi forse il cruccio arrivati alla fine è che avremmo voluto leggerne ancora, avere altri dettagli e saperne di più. Vi lascio volentieri una traccia che ritengo fra le più interessanti:

“Una volta pronta, mi fermo a fissare il mare. (…) Cammino fin dove si tocca, poi, quando arrivo in prossimità della barriera corallina, mi butto. (…) Ma appena mi riprendo dall’impatto con le meraviglie del mondo sommerso, è qualcos’altro a catturare la mia attenzione: il silenzio.

E’ come se qualcuno avesse tolto il sonoro al mondo. Sono sola, come spesso mi accade, ma stavolta non c’è nessun rumore di fondo a turbare il rumore dei miei pensieri. (…) Mi sento protetta come non mi accadeva da tempo, avvolta come sono nell’abbraccio dell’oceano che quietamente mi accoglie, senza pormi domande, senza cercare di turbare in alcun modo il dolore che ad ogni bracciata mi riaffiora dentro, ma delicatamente, sotto forma di una melanconia dolce, irresistibile.”

Chiaramente una bella lettura – a tratti anche intensa – che ci avvolge con piacere, e che tenta di proiettarci  dentro l’anima di una giovane donna moderna che cerca, certo non senza fatica, di  “sopravvivere” ad una vita troppo spesso per tutti noi non proprio gentile.


Imparzialmente MORTE

Solindue's property

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Uomo,

(…) Abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità.

Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive.

Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, così non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce. Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte (…)

 

Tranquilli nessuna dissertazione filosofica sulla morte. Solo qualche pensiero su quanta strada ha fatto l’uomo, e come – forse – amiamo complicarci la vita.

Correva l’anno (circa) 341 a.c. 

Stiamo parlando cioè  di circa 2350 anni fa’. Dottrine semplici e immediate. Il filosofo di allora ci  riferisce che il problema non è morire ma la paura della morte. La paura è l’impulso che ci impedisce di raggiungere la serenità/felicità interiore. L’attesa dell’evento in quanto tale.

Se la morte venisse percepita dall’uomo come semplice assenza di sensazioni…il problema sarebbe risolto. La morte è in fondo semplice perdita di sensibilità.

Easy: quando ci siamo noi, siamo vivi dunque non c’è morte. Quando c’è la morte non ci siamo più noi. Perchè temerla. Suvvia ragazzi siamo fatti solo di ciccia!

Ma davvero solo siamo solo atomi? Ops! Niente anima? Coscienza? E il nostro Inconscio?

Il  nostro vero problema dunque è un male dell’anima, prodotto dai pensieri sbagliati? E che pensieri sbagliati, ragazzi! Desiderio di immortalità? Bramosia di sopravvivere ai posteri? Disillusione e  mancanza di significato della nostra vita?

Cielo! Mi dimenticavo lo Spirito, l’uomo è immortale nell’anima. Noi siamo un Io-Corpo-Anima-Spirito.

L’uomo dunque non è per natura immortale nel senso di infinito, eterno, tuttavia è fatto ” a immagine” di Dio e dunque  a immagine della eternità di Dio

Ho promesso: nessuna dissertazione filosofica sulla morte, nessuna disquisizione sulla presenza o meno di un Dio in questo Cielo.

Perplessa, convivo sola e felice con la mia paura.

 

p.s. 2216 anni dopo un elegante signore svizzero avrebbe sorriso pensando “quando nessuno domanda, non occorre che qualcuno risponda”.

 Il testo è tratto dalla famosa Lettera sulla felicità di Epicuro a Meneceo.  Avrei forse dovuto titolare il blog “Imparzialmente felicità”… ma sono convinta che la  parola morte attragga  l’attenzione più di felicità.  <<sic!>>

Dimenticavo: l’elegante signore svizzero è  Jung.