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Red

Mercoledì esce il Rosso.

Chiunque sia nei pressi di una roulette, casinò o simili si dia da fare. Puntata minima 7 euro, il prezzo di un biglietto del cinema in 2D.

La percentuale di vincita per puntata sul rosso alla roulette  francese è  del 47,8%:  lo zero non conta. Non è molto, lo so, Ma se credete sia più producente azzeccare un film divertente, ironico e ben costruito, allora mercoledì potreste puntare sul film  RED.

Il colore non cambia.

Il cast  –  termine cinematografico che indica l’insieme degli attori che partecipa ad una produzione (possibile non esista un termine italiano?) – è,  come vedete, di prim’ordine: Bruce Willis (un mito), Morgan Freeman (il migliore), John Malcovich (semplicemente folle), Helen Mirren (graziosa macchina mortale), Karl Urban (dalle mille sfaccettature),  Brian Cox (puro wiskey) e Mary Louise Parker (bella e intrigante).

 R.E.D. è l’acronimo di Retired Extremely Dangerous e  racconta di un gruppo di agenti segreti in pensione a cui la CIA vuole dare la caccia. In altre parole ex agenti, con la paranoia di essere sempre spiati, che ricompongono la squadra per salvarsi  la vita. Il film scorre alla grande, ben equilibrato fra tensione, azione, intrattenimento e puro spasso.

Spettacolare la scena in cui Malcovich è capace di centrare il pieno il razzo di un bazooka con un proiettile. Ma non vi racconterò altro.

E’ un film davvero sopra le righe, che ho avuto il piacere di vedere a  dicembre all’estero in lingua originale. Vi lascio qui il trailer … anche solo questo ne vale la pena!

 


Come nascono le buone idee

4 minuti e 11 secondi per ascoltare la tesi di  Steven Johnson: il segreto per costruire o creare qualcosa,  sta nel condividere il pensiero, l’idea embrionale, e colmarne l’incompletezza tramite la relazione con altre persone. Solo così si arriva nel tempo all’elaborazione e all’evoluzione della stessa.

 


Mi ha sorpreso l’aver trovato questo magnifico e divertente filmato – fatto da geniali creativi  britannici i Cognitive Media specializzati in comunicazione visuale – che serve a veicolare la vendita del libro (edito da Penguin e non ancora tradotto in italiano), proprio nei giorni che hanno seguito la mia intervista con  ragazzi  di  “SapienzaVela”.

Se avete un briciolo di curiosità guardate il video e poi leggete la mia intervista pubblicata su


The Best Magazine 1, anno 1, 2011

[Clicca qui e vai al blog]

il numero è interamente dedicato al mare

e loro sono i miei ragazzi: quelli che senza neanche aver letto il quinto libro di Steven Johnson, hanno costruito, condiviso e creato davvero qualcosa di più di una semplice idea!



Idea regalo originale

Questo anno ho avuto l’idea – incredibilmente singolare – di consigliarvi alcuni regali per questo Natale … come dire “utili”.

  1. Alberi da frutto;
  2. Polli viaggiatori;
  3. Ceste di frutta;
  4. Filtri per l’acqua;
  5. Palloni da calcio;
  6. Kit di primo soccorso;
  7. Set di colori;
  8. Biciclette;
  9. Zanzariere;
  10. uno Yak peloso.

Sono alcuni dei ventitrè regali, davvero per ogni tasca, che potrete fare senza code nei negozi,  collegandovi alla Lista dei desideri di  “Save the Children”.

Forse non hai mai pensato di regalare uno yak peloso ai tuoi amici, ma per tanti bambini proprio questo è il dono più desiderato!

… e poi volete mettere: quando vi chiederanno “Cosa hai regalato quest’anno?“, poter rispondere a testa alta:  “Una femmina di  Yak !“.

Personalmente pensavo a qualcosa anche di più  coinvolgente: di sostenere un bambino a distanza e di contribuire  così in prima persona ai cambiamenti  di una comunità nel suo insieme. Potrei studiare e conoscere  un nuovo mondo, la storia di una famiglia e di un bambino; avrei un nuovo volto a cui scrivere e potrei (forse un giorno) andare ad incontrarli all’interno del progetto di collaborazione con Save the Children, cercando di creare un legame duraturo e senz’altro unico. Se questo mio progetto andrà avanti vi farò sapere.

Comunque, qualunque cosa desideriate regalare ai vostri cari … vi prego amici miei, non regalate mutantine rosse: non porteranno fortuna a nessuno, anzi, saranno solo causa di bucati rosa durante tutto il 2011!

Parola di Sol’!


Inalberarsi

Linus: Ieri sono stato in ascensore.
Violet: Io soffro di claustrofobia negli ascensori.
Linus: Io soffro di claustrofobia perfino in una stanza piccola…
Violet: Io soffro di claustrofobia nei negozi, se c’è tanta gente.
Linus: Io soffro di claustrofobia solo a essere in certe città…
Charlie Brown: Io soffro di claustrofobia nel mondo.  

Mi ha chiamato un amico questa sera alle 00.01. Ha aperto la telefonata dicendomi “E’ domani Charlie Brown!”. Avevamo avuto qualche sera fa una bella discussione – sempre a telefono – e sembra che non riusciamo ad andare oltre (forse io non riesco ad andare oltre).

Sì lo so, ho un gran bel caratterino, il fatto forse è che come Charlie Brown “soffro di claustrofobia nel mondo” e come Charlie Brown amo far volare gli aquiloni colorati … solo che mi finiscono sempre su quell’albero “mangia-aquiloni”!  Le due cose immagino che vadano di pari passo: più gli aquiloni si “inalberano“**, più io soffro di claustrofobia verso gli altri.

Ma in fondo aveva ragione lui, Schulz: è già domani.

La rabbia e arrabbiature  finiscono sempre per transitare nella regione dell’oblio. Prima di ricevere la telefonata era proprio di questo avrei voluto parlarvi questa notte…

                      

L’Oblio è una facoltà attiva possiamo decidere ciò che vogliamo dimenticare.

     

(Nietzsche)

**Sinonimi di “inalberarsi”: arrabbiarsi, impermalirsi, indignarsi, piccarsi || Vedi anche: adombrarsi, aversene a male, impennarsi, indispettirsi, inquietarsi, irritarsi, risentirsi, spazientirsi, stizzirsi, prender cappello, prendersela, scocciarsi, seccarsi, offendersi.


Downshifting

Sto facendo downshifting e non lo sapevo.

Downshifting significa cambiare i parametri, abbassare il tenore di vita, scalare marcia. Convinta che la vita non vada vissuta come se  durasse per sempre (lo diceva anche Seneca 2000 anni fa), sto lavorando da oramai quasi quattro anni alla mia ritirata. Il mio sogno: comprarmi un 40  piedi (una barca a vela intendo) e trasferirmi a giro per il Mediterraneo.

E i soldi? I figli? La famiglia? Il lavoro?

Infatti ragazzi, ci sto lavorando su … e non prevedo nessun drastico cambiamento per i prossimi 5 anni. Ma ieri ho avuto un’illuminazione: ho scoperto di fare downshifting e  di essere sulla strada giusta.

L’illuminazione me l’ha data un ex manager italiano di 43 anni. Il suo nome, Simone Perotti, vi dice niente? Questo signore è autore di un cambiamento radicale nella sua vita. Manager milanese di successo, un 4 luglio a trentadue anni, mentre era immerso nel caos del Grande Raccordo anulare di Roma ebbe un’istante di lucidità, si guardò attorno e capì che le cose così non potevano andare. Le sue passioni erano la scrittura e la barca a vela, ma non aveva tempo per concedersi nessuna delle due: come la maggioranza di noi la mattina si ritrovava in un ufficio, con persone che non avrebbe voluto incontrare,  sognando la libertà di avere un’occasione per fare altro.

L’occasione se l’è costruita nei tredici anni successivi. Nell’autunno del 2009, infine,  è uscito un suo libro: “Adesso basta” edizioni Chiarelettere.  Che dire: sembra che Simone ce l’abbia fatta! Ha iniziato a ridurre le proprie spese, cambiando consumi e  abitudini; ha imparato a stare bene da solo e a ricostruirsi una vita più “umana”, imparando a lavorare per se stesso; restaurandosi una casa da solo, creandosi un orto e viaggiando per mare. Il libro non è solo il racconto del suo “successo”, ma vuole essere un aiuto per tutti quanti (come me) stanno cercando “l’alternativa” al caos dei nostri tempi. Simone ci offre seriamente una mappa per trovare il tesoro, e non ci dice che sarà facile, nè se ce la faremo ma ci offre gli strumenti di riflessione per capire se davvero lo vogliamo e dunque quali passi percorrere per arrivare alla meta “vittoriosi”.

Sì lo so, ragazzi miei, vi vedo scuotere la testa in segno di disincanto: “Bella forza”, vi direte, “ma lui era un manager, sarà ricco. Io invece? Se smetto di lavorare come campo?”.

Simone (che ricco sembra non esserlo) tiene a precisare, che i soldi sono soltanto l’ultimo dei problemi. “Finora abbiamo pensato che ci sia solo un modo di guadagnare soldi e lavorare, cioè il nostro. Non è così” scrive. E lo dimostra con  esempi precisi a partire dalla sua fortunata esperienza, con tanto di tabelle e numeri in colonna.

Personalmente, sono felice di aver letto il suo libro  ed aver visitato il suo blog (QUI). Ho anche parlato con lui e mi ha simpaticamente concesso un’intervista che troverete sul prossimo numero di The Best.

Non so se riuscirò fra qualche anno a completare il mio percorso. Mi piace però tanto, nel frattempo,  gustarmi il mio sogno; limarlo nella sua fattibilità e renderlo sempre più concreto e serio. I cambiamenti che ho attuato alla mia vita negli ultimi quattro anni sono già tanta cosa e altri ne verranno sicuramente. Una cosa è certa ho già raggiunto una libertà di tempi invidiabile e non capisco come tutto il resto dell’universo non veda e non cerchi di cambiare.

“…la nostra vita è troppo programmata, camminate troppo sul solido. Toglietevi le scarpe, bagnatevi i piedi, non vi capiterà niente di così grave. L’acqua dell’oceano, la sua schiuma frizzante, vi faranno intirizzire le caviglie, certamente, ma che bella sensazione di libertà affondare i piedi nella sabbia della battigia!”

(Adesso basta, S. Perotti, ed. Chiarelettere, 2009, p. 183)


Un’ossessione per donne e felini

I migliori clienti per il profumo “Obsession for man” di Calvin Klein, sembrano essere i giaguari.

E’ il risultato di uno studio di Pat Thomas curatore della Wildlife Conservation Society e responsabile di un parco americano che ha testato l’effetto di ben 24 profumi sull’olfatto di questi grandi felini. Ma la notizia, già di per sè sensazionale, va oltre. Un collega dello studioso ha deciso di utilizzare la scoperta in una riserva naturale del Guatemala, spruzzando l’ “Ossessione” su tronchi e fotocamere nascoste attirando così i giaguari e riuscendo a studiarli e catalogarli come non mai. Nei prossimi mesi anche nei parchi del Nicaragua, Bolivia e Perù verrà utilizzato il profumo nell’ambito di una ricerca per la salvaguardia di questi felini. L’unico problema il costo: ogni boccetta 60 dollari.

Mi sembrava carino e utile avvisare tutti i miei lettori maschi fruitori di tale profumo, di non avvicinarsi troppo alle gabbie dei felini degli zoo del pianeta: sembra che nemmeno una leccornia come il pasticcio di coniglio e manzo faccia eccitare giaguari e puma come qualche goccia di Obsession. Questo perchè nella fragranza si trova un’essenza che riproduce sinteticamente il profumo naturalmente estratto dalle ghiandole dello “zibetto”, mammifero in via d’estinzione. Sostanza che riproduce un ferormone carico evidentemente di sex appeal per i felini … e forse anche per le donne, almeno quelle più “selvagge”!

Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi ai profumi. Poiché il profumo è fratello del respiro. Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere. E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l’amore dall’odio.

Colui che dominava gli odori, dominava il cuore degli uomini.

Das Parfum – di Patrick Süskind

(libro da cinque stelle)


Se ce lo chiede LUI

         

Tutta presa dal mio “Post vacation Blues” stavo per perdermi la sua lettera. Sarebbe stata davvero una tristezza.

Adoro la sua voce, le sue canottiere slargate e passerei ore a guardarlo mentre ripara un orologio. Ancora 37 giorni ed aprirà il suo nuovo sito … sto in attesa … oramai aspetto da una vita.

La sua lettera viene pubblicata oggi da La  Repubblica e ovunque catalogata come notizia di politica. Il Celentano predicatore – perché è di lui che sto parlando –  mancava dalla ribalta da tempo. Finalmente si fa sentire, con una lettera, che ammetto mi lascia un po’ delusa. L’invito a spengnere il televisore (in questo caso se Masi oscurerà Anno Zero di Santoro) mi ricorda il suo “Fantastico 8”, programma Rai che si occupava nel lontano 1980 della Lotteria. All’epoca l’invito a spengere la telvisione fece un record di audience pazzesco, ma si sa, lo diceva lui ed erano altri tempi.

La lettera, ben scritta e priva, ahimè (!), di errori grammaticali, è ben lontana dagli sproloqui che il Mio caro Celentano ci aveva abituati: ricordate quando, in piena campagna elettorale referendaria, sciorinò il suo monologo contro la caccia in cui si definì “figlio della foca” invitando gli elettori a scrivere sulle schede elettorali la frase “La caccia è contro l’amore”, ignorando che questo atto avrebbe causato la nullità delle schede stesse? Un mito….anche per il famoso  errore di ortografia: Celentano infatti, scrisse “La caccia e contro l’amore” (con la e senza accento!) e continuò imperterrito il monologo senza mai accorgersi dell’errore! Ma si sa, lo diceva Lui ed erano altri tempi.

Comunque, tanto più se lo dice Lui, anche io  non credo che nel 2012 ci sarà la fine del mondo, e risvegliata dal mio “torpore  Blues”, sono preoccupata per questo nostro Mondo tanto quanto Celentano … mi domando però … com’è che dopo tanti anni il Mio amico Molleggiato si è risvegliato? Che anche lui fosse affetto dal “Post Vacation  Blues”? Sarà davvero preoccupato per il suo amico Santoro e la nostra amata Sorella Terra? O ci sarà dietro qualcosa di personale? Un programma da far decollare o un nuovo album da pubblicizzare?

…però, suvvia, se ce lo chiede Lui … spengeremo nuovamente  la nostra tanto amata televisione!

 


Cattelan o Ryman?

   

(ANSA) – NEW YORK, 13 MAG – Continua la corsa al rialzo del mercato dell’arte contemporanea a NY con una vendita da Sotheby’s 3 da 190 mln di dlr. Un’opera di Maurizio Cattelan, ‘Senza Titolo’, (un uomo di cera vestito di rosso che spunta da un buco nel pavimento) ha piu’ che raddoppiato a 7,92 milioni di dollari il record precedente per l’artista padovano.

Maurizio Cattelan … nel 2000 riuscì a persuadere il suo gallerista, Emmanuel Perrotin, a passare un mese mascherato da gigantesco fallo rosa.

Strana vita quella dei galleristi; strana arte quella degli artisti contemporanei. Forse l’aspetto che definisce meglio l’arte contemporanea è la difficoltà vuoi di definirla criticamente, vuoi di capirla: cosa ci sarà mai di tanto interessante in un  uomo di cera che esce da un buco per pagare 7.920.000 dollari?

E ancor più: quale emozione  potrà mai scaturire  una delle tele bianche di Robert Ryman?

“Oggi non basta più saper dipingere realisticamente una mela, ma occorre saper rendere quel che di invisibile ha dentro” scrive il critico d’arte Francesco Bonami. Colpa o merito della fotografia che  ha sostituito la pittura nella capacità di riprodurre la relatà. L’arte è divenuta una provocazione e dovrà essere  l’estro creativo dell’artista – assieme a  una gran buona dose di marketing – a stupirci, divertirci, stimolarci ed emozionarci.

Un artista di talento non è più di nessun interesse, ciò che oggi interessa è “il fenomeno”: sarà  l’opera, l’installazione o ancor più la performance ad attirare l’attenzione – e consequentemente il portafoglio – del pubblico.

Allo stupore per la  perfezione tecnica di Leonardo si sostituisce, quindi, lo stupore per l’innovazione. Così le tele tagliate di Lucio Fontana diventano una rivoluzione, così forse come lo erano stati  i volti così duri e crudi dipinti nel ‘600 dal Caravaggio. Certo, per l’epoca, una vera provocazione.

In realtà, ci assicurano i critici,  le tele bianche di Ryman, nascondono un messaggio “Il pittore aveva intuito che oggi non spaventano tanto le guerre (messe in scena da Paolo Uccello nel XV secolo) quanto il vuoto e la noia. Se l’arte è espressione della società, questa è la società che abbiamo: vuota. E che cosa poteva meglio rappresentare la noia di una tela bianca? Ryman fa quindi arte: senza dare sfoggio di grandi capacità tecniche ma lanciando messaggi che ci fanno pensare“.

In realtà, vi assicuro io,  visto i passaggi milionari alle aste anche delle tele bianche di Ryman ciò che mi vien da pensare … è perchè non c’ho pensato io!

 


Grom

 

GROM è il nome comune delle forze speciali polacche (GROM in polacco significa TUONO). Il GROM dipende direttamente dal ministero della difesa polacco e la sua formazione è preparata per operare in tempo di pace, crisi e guerra, specialmente nell’ambito dell’antiterrorismo e del recupero di ostaggi. In altre parole è un corpo d’èlite. In Italia abbiamo i GIS dei Carabinieri; i NOCS della Polizia di Stato; i COMSUBIN della Marina Militare …  ed abbiamo anche noi  il GROM.

Il GROM nostrano si chiama Federico e, assieme a Guido Martinetti, ha fondato l’omonima catena di gelaterie.

Trenta le gelaterie già aperte in Italia e quattro le filiali nel resto del mondo: Malibù, New York, Parigi e Tokio. I gusti più famosi:  il limone Sfusato di Amalfi, la nocciola Tonda Gentile delle Langhe, la pesca di Leonforte, il pistacchio di Bronte, la fragolina di Ribera.

Un cono piccolo costa 2.50 euro.

Il loro gelato – come quello di ogni gelataio – si ottiene incorporando semplicemente aria all’interno di una miscela liquida durante la gelatura e mantecatura della miscela stessa. L’idea fortunata di GROM – oltre all’utilizzo di nomi “sofisticati” e  di materie prime “prelibate”  – è stata la scelta di distribuire nelle diverse gelaterie le  miscele liquide (GROM doc)  confezionate  come fossero latte fresco.

Quando ero piccola avevo sotto casa una latteria che faceva il gelato: limone, fragola, crema, cioccolata e ovviamente pistacchio. Il pistacchio era verde, e il cioccolato era cioccolato. Non esisteva il gelato di cioccolato al latte, né di cioccolato fondente, né tanto meno l’Extranoir o il gusto bacio, né il cioccolato all’arancio … Crema e pistacchio era la mia scelta preferita e normalmente sceglievo la coppetta perché adoravo, come molti bambini, lasciare che il gelato si sciogliesse un po’ per poi mescolare i due gusti. Ne usciva una cremina di un colore forse poco invitante ma dal sapore delizioso. Oh Cielo! Impazzivo per quella zuppetta.

Mio papà diceva sempre che  il gelataio bravo – e quindi il gelato buono – lo si riconosceva da tre cose:

  1. il gelato doveva essere cremoso;
  2. doveva sciogliersi in fretta;
  3. il pistacchio doveva sapere di pistacchio.

Era semplice buon senso o saggezza popolare, ma in effetti, più il gelato è cremoso, ovvero meno si avvertono i grumi di ghiaccio, maggiore è la sua qualità e inoltre, se il gelato non si scioglie in fretta, soprattutto se la temperatura è elevata come in estate,  è molto probabile che contenga grassi vegatali idrogenati (nobbuoni).

Infine, veniamo al gelato di pistacchio che è prodotto con frutta secca macinata e ridotta in pasta. In questo caso la qualità della materia prima è fondamentale. Mentre per  un gelato alla crema la qualità e il sapore del latte e delle uova  non influenzano molto la qualità del prodotto, un gelato al pistacchio realizzato con  pasta di pistacchio di bassa qualità, risulterà probabilmente “pesante” perchè tale scarsa qualità dovrà essere mascherata caricando con zucchero e  grassi (quindi con calorie)  la miscela liquida per il gelato.
Ben vengano quindi le gelaterie GROM, con il loro pistacchio di Bronte, la vaniglia di Mananara, la liquirizia di Rossano Calabro, ed il caffè delle Terre Alte di Huehuetenango cru “San Pedro Necta”, anche se, suvvia a esser sinceri, quella Stracciatella con granella di cioccolato Colombia “Teyuna”  di ben 6 mm (!) … per quanto squisita … davvero a me sembra un gusto un po’ troppo d’elite!

Il silenzio perfetto

 

C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.

(R. Battaglia, “Un cuore pulito“)

 

Amo molto il silenzio. Situazione ottimale per la concentrazione e la riflessione anche se per me non indispensabile. Con facilità riesco ad estraniarmi dal mondo e dai suoi rumori per poter pensare, immersa nel mio personale silenzio.  Ciò non toglie che sia spesso alla ricerca del silenzio, che non ami anzi affatto lo strillare o lo schiamazzare … a volte mi imbarazzo pure per la mia risata, assai riconoscibile ma, per quanto sincera, troppo “grassa” ed esibita!

Certo è che, nei momenti di forte difficoltà della mia vita, sono stata alla ricerca del vero silenzio. Quel silenzio che rappresenta l’oblio, la voglia di perdita di contatto con la realtà. Un “silenzio perfetto” che fa dimenticare chi siamo e dove siamo. Ho cercato un silenzio che riempisse l’anima solo ad ascoltarlo e che fosse rigenerante per tutte le cellule. Un silenzio che rallentasse il ritmo del mio cuore e del respiro tanto doveva essere intenso. Un silenzio dove poter rilegare i miei dolori più privati, non tanto per dimenticarli, ma perchè a volte non ci sono parole che possano servire a descriverli o ad alleviarli. Ritengo che in quei momenti solo il silenzio possa avvolgere un dolore per renderlo meno assordante, meno fragoroso o rimbombante.

* * * * * * * *

More about Il silenzio perfettoHo letto “Il silenzio perfetto”  di Ilaria Mazzeo edito da Intermezzi.

Ilaria  ha solo 30 anni e questo è il suo primo romanzo breve, che devo ammettere, si legge in un soffio. Una scrittura semplice ma ricca di dialoghi ben articolati.

La trama: un concentrato di dolori, spesso solo sussurrati, o appena accennati che lasciano però il lettore  – almeno quello munito di fantasia – forse troppo libero di immaginarsi i personaggi e le loro storie. In sole centoventi pagine si concentra il dolore di due fratelli abbandonati dal padre; il dolore per la morte di un fratello precedentemente scomparso; il dolore per una storia d’amore ritenuta sbagliata e per questo terminata.   Fra le righe del racconto, si intuisce il dolore del nipotino rimasto orfano (liquidato in una frase “Chi restituirà l’infanzia a questo bambino?), nonchè quello per un vecchio amore abbandonato; il dolore nel rivedere il vecchio padre e potrei forse continuare. Chiaramente, un po’ tanto; quasi il libro fosse dedito alla ricerca di un “dolore perfetto” più che di un tale silenzio … 

Il racconto tende anche, per quanto assolutamente scorrevole,  a non delineare molto i personaggi, tranne giustamente un po’ la protagonista, Ginevra, che rimane però sempre con una consistenza ed un’ampiezza leggermente limitata. Tutto scorre velocemente e velocemente viene liquidato. A momenti resta difficile immedesimarsi in lei, nei sentimenti che prova e infine, considerato il periodo nero che sta passando, non possiamo che condividere la scelta del suo medico nel prescriverle dei potenti e “miracolosi” sonniferi!

Ma, ironia a parte, ci sono tratti di scrittura molto interessanti come le visioni oniriche della protagonista che si sviluppano come un leggero filo conduttore in tutto il romanzo. Presenze costanti che danno un senso alle sue scelte e che forse l’aiutano a non sentirsi così sola e “ad andare avanti come un cavallo con il paraocchi, ben imbrigliato ed addestrato a percorrere sempre la stessa strada“.

Non sono pertanto nel complesso, certo centoventi pagine che si fanno sfogliare senza lasciare il segno. Anzi forse il cruccio arrivati alla fine è che avremmo voluto leggerne ancora, avere altri dettagli e saperne di più. Vi lascio volentieri una traccia che ritengo fra le più interessanti:

“Una volta pronta, mi fermo a fissare il mare. (…) Cammino fin dove si tocca, poi, quando arrivo in prossimità della barriera corallina, mi butto. (…) Ma appena mi riprendo dall’impatto con le meraviglie del mondo sommerso, è qualcos’altro a catturare la mia attenzione: il silenzio.

E’ come se qualcuno avesse tolto il sonoro al mondo. Sono sola, come spesso mi accade, ma stavolta non c’è nessun rumore di fondo a turbare il rumore dei miei pensieri. (…) Mi sento protetta come non mi accadeva da tempo, avvolta come sono nell’abbraccio dell’oceano che quietamente mi accoglie, senza pormi domande, senza cercare di turbare in alcun modo il dolore che ad ogni bracciata mi riaffiora dentro, ma delicatamente, sotto forma di una melanconia dolce, irresistibile.”

Chiaramente una bella lettura – a tratti anche intensa – che ci avvolge con piacere, e che tenta di proiettarci  dentro l’anima di una giovane donna moderna che cerca, certo non senza fatica, di  “sopravvivere” ad una vita troppo spesso per tutti noi non proprio gentile.