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Carmina burana

Poiché provo nel mio animo un forte turbamento, al colmo dell’amarezza mi lamento di me stesso. Formato di materia assai leggera, mi sento simile ad una foglia con la quale gioca il vento.

Mentre è proprio del saggio porre sulla roccia salde fondamenta, io stolto, mi paragono ad un fiume sempre in corsa che non si ferma mai sotto lo stesso cielo. Vado alla deriva come una nave priva di nocchiero, come un uccello che vaga per le vie del cielo; non c’è catena che mi trattenga, né chiave che mi rinchiuda, cerco i miei simili e mi unisco così ai malvagi.

Condurre una vita austera è per me quasi impossibile; io amo infatti il gioco che mi piace più del miele. Qualunque impresa mi chieda Venere, che non risiede mai negli animi meschini, è una piacevole fatica.

Percorro la via più facile com’è proprio dei giovani, e mi irretisco nei vizi scordando la virtù; più avido del piacere che della vita eterna, sono ormai morto nell’anima e curo solo il corpo.

                 

[ Testo di Archipoeta – Foto di Solindue]

                          

Buone vacanze!


Soave sussurro

……….              

Soave sussurro di costruzione di morte gioiosa

by karin hofer

Serena costruzione di morte
Non comprendi?
Dopo aver passato
L’infanzia
Adolescenza
L’adulto nel esser genitore
Dopo aver interrotto e serenamente lasciato quel bagaglio dove deve essere
Nella passata costruzione di una vita
Oggi
Alle soglie d’un avventura
La più eccitante
La più intrigante
Dacché tutto maturo nel corpo e nello spirito
Dacché Oggi
Alle soglie dei cinquant’anni
Inizia la costruzione serena della morte
(…)

……

Dopo l’influenza di qualche settimana fa il mio fisico non si è ancora ripreso. Ghiandole linfatiche gonfie, mal di testa e dolori vari. Qualche analisi medica qualche medicina e fra qualche giorno tutto sarà passato di nuovo.

Ma è da questa mattina che, a seguito di un nuovo piccolo peggioramento, mi frullano per la testa strani pensieri. Come se non bastasse mi imbatto nel blog della mia carissima amica Karin che giusto ieri ha pubblicato la poesia che trovate qui – dietro mia cortese richiesta e sua gentile concessione. La versione integrale (e molto di più) la troverete nel suo blog.

Ordunque oggi riflettevo che se mi trovassi nella situazione di dover lottare un giorno per qualche malattia importante, lotterei, senza dubbio con tutte le mie forze.

Ma se mi dovessi trovare a perdere diverse battaglie e ad arrivare al punto di non ritorno, di non guarigione, certo davvero difficile da individuare e questo credetemi sulla parola, lo so bene …  ma comunque se riuscissi a capire che tutto è perduto, vorrei avere la forza di chiudere così da sola questa vita. Senza dover protrarre le sofferenze mie o peggio ancora di chi mi sta vicino.

Un amico oggi mi ha detto “Vorrei diventare concime da solo”. Quante coincidenze in questa giornata.

Che forse abbia ragione Karin?

Alle soglie dei cinquantanni inizia la costruzione serena della morte. Lei a telefono mi dice: “E’ una visione positiva.”

Io le credo. Averne la forza.


Mamma

Mamma per la tua festa

avevo preparato un fiore di cartapesta,

ma per la strada il fiore è caduto

o forse sull’autobus l’ho perduto.

Che pasticcio mammina mia!

Avevo imparato una bella poesia

La poesia non la so più;

ora che faccio? Dimmelo tu.

Potevo offrirti un bel ritratto

che a scuola avevo fatto,

ma dallo zaino è volato via

insieme ai compiti di geometria.

Per fronteggiare la situazione

ho fatto di te una descrizione:

   

La mia mamma

La mia mamma è alta e ha i capelli castani e di media lunghezza. Dice di essere grassa e per questo va in palestra. Le piace tanto leggere e scambia libri con mia sorella. La mia mamma fa l’imprenditrice ma prima faceva l’artista e le piacciono tanto gli animali. Per questo abbiamo due cani e un gatto. A mia mamma piacciono tanto le feste soprattutto se le organizza lei.  In queste occasioni è felicissima!

Baby G.


Pensieri estremi

  

Non esistono eventi ma pensieri e le difficili svolte del cuore,

nel suo lento imparare ad amare e chi amare.

 Il resto non sono che storie e pettegolezzi per altri momenti.

Annie Dillard, Holy the firm

 

Dedicata alle nostre lunghe chiaccherate telefoniche notturne

Giochiamo senza la O

 

Mi piace l’idea di scrivere with an Handicap. La mancanza di una lettera. Sì quella.

Avrei per tutti quanti degli af*rismi:

– Cerca di essere sempre te, un dì dirai di essere l’unicita.

– Dal diamante nasce nulla, dal letame nasce margherite.

– L’arte della vita sta nell’imparare a ridere, e nell’imparare a patire.

– La gente è la più grande recita della terra, e mai si paga il ticket.

 Facili sistemi per cambiare qualche frase e far sì che sempre vada bene. Mica sempre.  Ma divertente come cantare la frase di Garibaldi che si fece male alla gamba e che faceva:

Garabalda fa farata fa farata ad ana gamba Garabalda ca camanda, ca camanda al battaglan!

Ghirighildi fif firiti fi firiti id ini ghimbi Ghirighildi chi cimindi, chi chiminfi il bittiglin!

Ghereghelde fe ferete fe ferete ed ene ghembe Ghereghelde che chemende che chemende el betteglen!

Guruguldu fu furutu fu furutu ud unu gumbu Guruguldu cu cumundu cu cumundu ul buttuglun!

 Rimembri? Anzi rimembrate?

Vai avanti anche tu, se canti e balli va bene assai anche se scrivi è diligente… basta dimenticare una lettera.

Sembra di essere scemi, ma è divertente assai!


Aspettando Godot

Solindue's property

Quel che si deve fare è ‘passer le temps’.

La piazza è quasi vuota. Gli scricchiolii delle chiusure dei negozi di questa piazza inquietano. 
Non di  meno le sagome che spiccano in fondo alla strada. Dopo tanta pioggia, un rosso tramonto illumina i monumenti.

Come in un fondale  scarno spicca Lei la torre completamente  inanimata. Quella che dovrebbe essere un simbolo del nostro paese ridente, che con la sua stranezza perpetuata nel tempo scandisce le sue stagioni. 
A  quest’ora un luogo che non offre niente.
Solo desolazione e forse paura.
Eventi misteriosi e violenti mi tormentano all’avvicinarsi della notte.

Ricordi angoscianti di un undici settembre di diversi anni fa.
Fitte lancinanti scandiscono ancora il tempo. Un tempo che per molti non c’è più.
Un dolore mi trafigge il corpo e l’anima o forse una paura che si  trasferisce dall’anima al corpo quando qualcosa mi scuote, che sia un pensiero o un ricordo scomodo? Uno stato emotivo alterato?
Un impulso di fuga mi rapisce l’anima.

Devo correre. Fuggire. Mi volto. Il boato.

Due corpi e due anime ammaccate e pericolanti. Io e Lei la torre.  Intrepide, sospese oramai tra ansia e inazione. Il non più.

Le lacrime del mondo sono immutabili. Non appena qualcuno si mette a piangere, un altro, chi sa dove smette. E così per il riso. Non diciamo troppo male, perciò, della nostra epoca; non è più disgraziata delle precedenti. Ma non diciamone neanche troppo bene. Non parliamone affatto.
 
– E adesso che facciamo?
– Non lo so. 
–  Perché?
–  Aspettiamo Godot.
–  Già, è vero.

OH CIELO!!!

(Dedicata al nio nuovo lettore Esragone ed al mio Quid Pluris…)

UPDATE 10.12.2009  

Assurdo per Assurdo…foto di NON STATICHE … PRESENZE… 


Sol_in_sogno

Ci si ritrova sempre comunque soli. Se qualcuno pensa ancora di convincermi che si può contare sul “due” sta perdendo il suo tempo. L’unica forza che possiamo trovare per proseguire nella vita è dentro di noi, là fuori è tutto evanescente. Ghiaccio trasparente che assomiglia a un diamante. Tutto un gran luccichio di piroette in un coloratissimo cocktail, dal retrogusto sempre amaro.

Ah quanto vorrei essere un’inglese, fredda, sentimenti contenuti e discorsi prevedibili. Sempre diversa, invece. Discorsi sconfusionati e sentimenti violenti. Sempre sola, presente più oltre, dove il mondo non arriva.

Mi fermo nelle umide giornate di nebbia sulle panchine lungo il fiume. Come nei film americani. Dietro di me gli alberi lunghi e affusolati, qualche ragazzo senza volto che corre. Sto lì. Un libro in mano. Faccio finta di leggere e penso: “Adesso mi fermo perchè  qualcuno mi possa raggiungere e si sieda al mio fianco”. Ma il freddo penetra le mie ossa e il cuore congela. Questo non è il mio film. Mi alzo.

Chiudo il mio cervello in una gabbia. Lo blocco. Lo incateno. Non regalo una via d’uscita. Lui si divincola, scalpita come un purosangue ferito. Bava alla bocca e fumo dalle narici. Il sudore è sempre più acre proiettato fuori da ormoni imbestialiti. Lo sento urlare. Non puoi tenermi in gabbia! Non puoi. Mollami!

Adesso  lui. Un ruvido impasto di fango dove nascondere e anestetizzare il mio cuore. Il sangue si coagula, si mescola alla terra. Mi guarda. il suo battito non si ferma. Prendo altro fango ma un rivolo di sangue macchia le mie mani di un rosso laccato che luccica. Fermati! Sento il sapore metallico del sangue in bocca. Sangue, sempre più sangue.  E allora mangio fango, fango e ancora fango.

Guardo le mie mani. Non c’è più acqua. La terra è diventata arida e si sgretola fra le mie dita. E’ terra senza un battito. Polvere secca. Nessun seme dentro di lei. Non ci sono fili d’erba, nè radici che  la tengano assieme. Eppure qui c’era vita un tempo. Lo sento. Avvicino un pugno di terra al mio volto.  Annuso. Lo sento. C’era vita. La terra profuma ancora di quello sperma vitale che ha generato l’universo.

Trascendo. Il dolore allo stomaco è impressionante. Vacillo. Non più eretta, crollo supina accartocciata su me stessa. Sfinita. Violentata dal desiderio di  una vita che anche questa volta non sarà mia. Che non può essere la mia. Mi arrendo.

C’è un bellissimo prato di margherite bianche. Poco oltre. All’orizzonte tre bimbi felici che corrono. Farfalle. Una tiepida brezza accarezza la mia pelle. Sono nuda è vero, ma posso liberamente piangere.

Lacrime sulla mia pelle.