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Opere teatrali

 

                   

Il modernissimo Prometeo

            

PARTE PRIMA

PERSONAGGI

Mamma: Solindue

Figlio: Baby G. (11 anni)

Scena: Firenze – Cucina di casa

ATTO I

Scena I – Solindue ai fornelli, abbigliamento da casa. Baby G. in tuta da tennis, appoggiato sul tavolo vicino.

Sol’.    Baby G., tesoro, sto scolando la pasta, potresti apparecchiare?

Baby G.   Certo mamma, tu potresti finire di attaccare le figurine dei calciatori?

(Silenzio)

Solindue si volta e con lo sguardo fulmina il piccolo.

Baby G. (con aria funesta, abbassando prima gli occhi e poi la testa).     Ok mamma ho capito, come non detto. Attacco io le figurine dei calciatori, tu apparecchia pure … scusa.

ATTO II

Scena I – Solindue,  sempre  in abbigliamento da casa, in sala da pranzo apparecchia … pensierosa.

“Imparate dal mio esempio, se non dalle mie parole, quanto sia pericoloso acquisire la conoscenza e quanto sia più felice l’uomo convinto che il suo paese sia tutto il mondo, di colui che aspira a un potere più grande di quanto la natura non conceda”.

(Mary Shelly – Frankestein).

 (Ho creato un mostro!)

 

 

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Indovina chi viene a cena

Le cose più divertenti della vita non sono a pagamento”.

L’affermazione, forze un po’ pretenziosa, è uscita dalla mia boccuccia poche ore fa mentre ero a cena a casa di Aracne.

Rispondevo alla domanda  di un’amica sua “newyorkese” un po’ stupita, che si chiedeva per quale motivo io e voi scriviamo su The Best se nessuno ci paga.

Conosco Aracne credo da più di ventanni, le nostre figlie sono state insieme dall’asilo al liceo.

Aracne è quella al centro nella foto. Alla sua destra l’amica stupita, alla sua sinistra una dolce signora “inglese” che ama tessere stoffe al telaio. Non so se la stoffa che le tre donne si coccolano sulle ginocchia sia una sua creazione. Però era molto colorata e dunque perfetta per la foto.

Le cene al femminile a casa di Aracne iniziano alle 19,30 e sono sempre una sorpresa piacevole, sia per la compagnia che per il cibo indiano. Non chiedetemi gli ingredienti delle ricette, ricordo che nel sugo delle polpette c’era la cannella, i ceci erano cucinati con i porri e qua e la svolazzavano semi di papavero. Il che detto così fa sorridere, ma vi assicuro che erano una delizia…peccato per i tovaglioli.

La compagnia oltre a me, all’ospite e alle due signore fotografate, era composta da due ulteriori amiche, una “italiana più delle altre” ed una “svizzera francese”. Una meraviglia. La conversazione si è svolta per tutta la sera contemporaneamente in tre lingue: inglese, italiano e francese.

Abbiamo parlato di viaggi spaziando e vagabondando dall’India, all’Egitto e al Marocco; di figli, ognuna di noi a casa ne era ampiamente dotata; e chiaramente di uomini. Metti sei donne intorno ad un tavolo, stappa una bottiglia di Chianti (o forse le bottiglie erano due?) e la conversazione finisce sempre lì. Perché l’uomo, di riffe o di raffa, ci lascia sempre stupite, per il suo essere così essenziale.

“Ciao cara saranno trent’anni che non ci incontriamo, come stai? Anche io, bene grazie, cara, Sì mi sono sposato, ho tre figli, mi sono separato da quattro anni e con mia moglie lo facevo anche due volte al giorno”.

Magnifico, caro grazie, so già tutto di te … riterrei forse inutile un secondo appuntamento”.

La conversazione, seppur con immagino differente tempismo, è occorsa ad una di noi, e non potevamo non parlarne, non potevamo non riderne e non potevamo non scuotere la testa in senso di disapprovazione, una dietro l’altra.
Fortuna ha voluto che a tirarci su di morale a fine cena, se ce ne fosse stato bisogno, è arrivato LUI. Moro, sinuoso e delicato al punto giusto. Si è avvicinato al tavolo e per la delizia prima di tutto dei nostri occhi, si è lasciato guardare. Che dire, era lì indifeso solo per noi sei.
I commenti non si sono sprecati e dopo un primo sospiro iniziale ognuna di noi ha perso, a modo proprio, il controllo. L’amica “newyorkese” è chiaramente stata la prima ad agguantarlo e direi ad assaporarlo.

Non ci sono proprio storie: “Le cose più buone della vita non sono a pagamento”.

 LUI, il Dolce al cioccolato di Aracne ne è un esempio.

Grazie dell’invito, amica mia, adoro le tue serate.


Urlami in latino

Ubi maior minor cessat ... dovrei farmi da parte solo perché mi parli in latino?

Ci sono persone che amano mostrare costantemente la loro sapienza. Persone tanto piene di sé che quando parlano complicano le frasi con aggettivi ridondanti. Cercano di mettere l’altro in imbarazzo con termini sofisticati  e terminano il discorso con un bel detto latino.

Diceva  Publio Terenzio: Nil est dictu facilius …  niente è più facile che parlare.  Già, ma dove sta l’intelligenza, la sensibilità e la delicatezza di ascoltare il  proprio interlocutore? Perché mai stordire una persona con grandi parole e togliere così ogni possibilità di contraddittorio? Se è un gioco al massacro che tende ad eliminare ogni genere di dialogo, se non vuoi neanche provare ad ascoltarmi, se la mia opinione non ha per te valore, perché mai ti sei fermato al mio cospetto? Perchè non hai tirato dritto, magari alzando le spalle  o sbuffando con aria sprezzante di supremazia e superiorità?

E tu che il latino non sai, perché alzi la voce con me? Perchè mai urli incessantemente al telefono e non lasci che ti spieghi? Hai forse paura che la mia spiegazione abbia un senso? Temi che io possa con un filo di voce far crollare il tuo castello di carta? E’ per questo che la tua voce esce dalla cornetta bruciando come un fiume di lava? E’ per questo che giocando in velocità, non appena riesco nell’istante di silenzio in cui stai riprendendo fiato, ad inserirmi fra i tuoi urlati affanni … blocchi il mio parlare sul nascere con un nuovo poderoso grido:  “Non ho intenzione di ascoltarla!”.

Perché mai dunque hai perso tempo a chiamarmi? Forse che il tuo superiore con aria sprezzante  ti ha liquidato  in due parole con un glaciale proverbio latino? Ti sei forse sentito davanti a lui un povero ignorante e non hai potuto difenderti davanti al suo ampolloso e barocco parlare?  Se è stato così ed hai cercato in me un facile sfogo, se è attraverso me che cerchi la rivincita, se è alzando la voce che nascondi la tua insicurezza …  sono felice di non aver perso la calma, di averti ascoltato, di averti compatito e di averti lasciato andare senza proferire parola.

Sei solo un povero diavolo … Odi profanum vulgus et arceo!


Quick drop box

Arrivi ad un punto della vita in cui le candeline non possono essere più posizionate sulla torta. Era già qualche anno che i miei figli facevano salti da giganti per recuperare quei ceri enormi che valgono dieci anni. Erano poi passati alle candeline a forma di numero per poi, infine, rinunciare.

Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ed eccomi qui, al 30 novembre 2010.

Il telefono ha iniziato a lanciare i bip di messaggi da mezzanotte e qualche minuto. Poi si è calmato riprendendo alle 6:02. Alle sette e venti la prima telefonata…”Auguri mamma!”

Alle sette e trenta ho aperto il blog … sapevo che Arthur  e i ragazzi di The Best, non avrebbero lasciato trascorrere la giornata senza regalarmi i fuochi d’artificio. Infatti sono senza parole …

Vi ringrazio, davvero commossa,   per la vostra amicizia.

Arthur…sei un mito…anzi dippiù!!

Schhhhh….


Estremamente privato

L’esercizio del  pianto è una situazione molto intima.

Ho difficoltà a piangere in pubblico. Immagino sia la versione mascolina e dura di me che sigilla i rubinetti e non mostra cedimento. Ho dovuto lottare abbastanza spesso in vita mia e l’ho fatto incassando, stringendo i denti e mordendomi le labbra come pochi  sanno fare.

In realtà piango, eccome se piango! Non è un esercizio molto frequente ma assolutamente liberatorio.

Normalmente mi capita una volta ogni mese o due. Praticamente è il mio modo personale per liberarmi dello stress e dell’ansia che accumulo durante le settimane.  Come dire, al posto del “Tavor”  mi concentro e mi abbandono in un bel pianto. Ovviamente la cosa non avviene così per caso. E’ una situazione abbastanza studiata e normalmente organizzata come si deve. Mi spiego.

Devo avere tempo a disposizione. Il mio pianto va avanti per un bel po’. Non è una frignatina fatta di due lacrime  qualunque. Nossignori! Il mio è uno di quei pianti che contorgono le budella, pieno di singhiozzi disperati e inondazioni lacrimali.

Dunque serve tempo: sia per piangere sia per riprendersi poi. Una situazione del genere lascia, credetemi, il volto “tumefatto”: se piango la sera prima di dormire (cosa preferibile) la mattina troverò ancora i segni della disperazione sia sul volto ma soprattutto negli occhi. Sciacqui di acqua fredda servono abbastanza e se accompagnati da una breve passeggiata all’aria fresca del mattino finiscono per bastare poi, assieme a due gocce di trucco.

Il posto preferito per piangere è chiaramente il bagno. Seduta in terra spalle al termosifone (un po’ di calduccio l’inverno aiuta a riprendersi prima). Asciugamano per soffocare i singulti e metri di carta igienica per asciugare naso e occhi. All’occorrenza l’acqua è a disposizione.

Chiaramente la cosa più complicata è trovare la goccia, quella che fa “traboccare il vaso” e mi fa mollare le difese, sbottonandomi la corazza e lasciandomi libera di esprimermi nel pianto. Oddio, nei periodi di schifo che attraversano la mia esistenza, di gocce me ne cadono addosso abbastanza. Ma in ogni caso, anche nei momenti di  peggior testardaggine, ostinazione e caparbietà, quando il mio ego continua a ripetermi “non mollare, non mollare…” ho sempre il mio asso nella manica: leggere le prime pagine di  “Non ti muovere” e pensare alle mie figlie.

Non hai rispettato lo stop. Sei passata in volata con la tua giacca di finto lupo, gli auricolari del walkman pressati nelle orecchie. Aveva appena piovuto, e presto sarebbe tornato a piovere. Oltre le ultime fronde dei platani, oltre le antenne, gli storni affollavano la luce cinerea, folate di piume e garriti, chiazze nere che oscillavano, si sfioravano senza ferirsi, poi si aprivano, si sperdevano, prima di tornare a serrarsi in un altro volo. (…) Sei arrivata dal fondo del viale, in volata verso l’incrocio. Ce l’avevi quasi fatta, e quello della macchina ce l’aveva quasi fatta a schivarti. Ma c’era fango per terra, guano oleoso di storni in raduno. Le ruote della macchina hanno slittato dentro quella crosta sdrucciolevole, poco, ma quel poco è bastato a sfiorare il tuo scooter. Sei andata su verso gli uccelli e sei tornata giù dentro la loro merda, e insieme a te è tornato il tuo zaino con gli adesivi. (…) Un piccolo gemito ti è uscito dalle labbra insieme a un bozzolo di schiuma rosata, mentre te ne andavi dalla vita vigile. C’era traffico, l’ambulanza ha tardato. Tu non avevi più fretta. Eri ferma dentro la tua giacca di pelo come un uccello senza vento.


Casalinghe disperate

“Ma la doccia … non si dovrebbe lavare da sola? Com’è che si sporca? Se ci si fa una doccia ogni giorno, in QUELLA doccia, automaticamente, lavi anche la doccia.

No?

Non ha senso?

… e quindi mi stai dicendo che mi lavo in qualcosa di sporco? Com’è sta cosa? Non mi quadra proprio per niente.”

 

I figli crescono. Crescono con una velocità impressionante.

La conversazione sopra riportata l’ho avuta con Medium A. diciannove anni. Vive da un anno con un’amica a Milano  e non smette di stupirmi per la sua organizzazione. Quando torna a casa a Firenze, si sdraia sul letto con il computer sulle gambe e non si rialza fino ad un’ora prima della partenza del suo treno per Milano. Evidentemente quando è a “casa sua” a Milano, oltre a studiare si dà da fare con pulizie, spesa e cucina. L’ultima sua richiesta è stato un piccolo robot per cucinare … altrimenti “i dolci non vengono bene come dovrebbero“.

La risposta alle domande sulla pulizia del bagno gli è stata fornita dalla sorella Big C. venticinque anni da sei cittadina della capitale. Lei sì che si è organizzata bene lontano da casa! Ha immediatamente fornito “nome e cognome”, assieme alle istruzioni per l’uso, dello spray da utilizzare per la pulizia della doccia.

Io sono rimasta ad ascoltare. Con la testa che flashava di ricordi.

Me le vedo piccoline che fanno i propri passi, al mare,  con vestitini colorati di San Gallo. Me le rivedo correre sulla spiaggia, giocare a fare i castelli di sabbia e sbuffare inconsapevolmente ogni volta che una formina non veniva come doveva, ma si rompeva. Avevamo una formina verde a forma di tartaruga ed era quasi impossibile riuscire a “sfornare” la testa della tartaruga attaccata alla corazza! Quanti gelati o dolci di sabbia ho fatto finta di mangiare. Loro all’ombra dietro l’ombrellone “cucinavano” e io con un cucchiaino colorato di plastica del gelato fingevo di adorare quelle torte; “Mmmh che squisitezza!” poi di nascosto  buttavo via la sabbia e quando rendevo la zuppierina vuota loro ridevano felici!

Adesso sfornano veri biscotti e cheese cake fantastici.

Inutile che vi racconti come  il tempo sia volato …


Soave sussurro

……….              

Soave sussurro di costruzione di morte gioiosa

by karin hofer

Serena costruzione di morte
Non comprendi?
Dopo aver passato
L’infanzia
Adolescenza
L’adulto nel esser genitore
Dopo aver interrotto e serenamente lasciato quel bagaglio dove deve essere
Nella passata costruzione di una vita
Oggi
Alle soglie d’un avventura
La più eccitante
La più intrigante
Dacché tutto maturo nel corpo e nello spirito
Dacché Oggi
Alle soglie dei cinquant’anni
Inizia la costruzione serena della morte
(…)

……

Dopo l’influenza di qualche settimana fa il mio fisico non si è ancora ripreso. Ghiandole linfatiche gonfie, mal di testa e dolori vari. Qualche analisi medica qualche medicina e fra qualche giorno tutto sarà passato di nuovo.

Ma è da questa mattina che, a seguito di un nuovo piccolo peggioramento, mi frullano per la testa strani pensieri. Come se non bastasse mi imbatto nel blog della mia carissima amica Karin che giusto ieri ha pubblicato la poesia che trovate qui – dietro mia cortese richiesta e sua gentile concessione. La versione integrale (e molto di più) la troverete nel suo blog.

Ordunque oggi riflettevo che se mi trovassi nella situazione di dover lottare un giorno per qualche malattia importante, lotterei, senza dubbio con tutte le mie forze.

Ma se mi dovessi trovare a perdere diverse battaglie e ad arrivare al punto di non ritorno, di non guarigione, certo davvero difficile da individuare e questo credetemi sulla parola, lo so bene …  ma comunque se riuscissi a capire che tutto è perduto, vorrei avere la forza di chiudere così da sola questa vita. Senza dover protrarre le sofferenze mie o peggio ancora di chi mi sta vicino.

Un amico oggi mi ha detto “Vorrei diventare concime da solo”. Quante coincidenze in questa giornata.

Che forse abbia ragione Karin?

Alle soglie dei cinquantanni inizia la costruzione serena della morte. Lei a telefono mi dice: “E’ una visione positiva.”

Io le credo. Averne la forza.