Archivi categoria: personale

X Factor

Oramai è andata così.

Ci sono marchi, aggettivi o appellativi che una volta affibbiati ci portiamo dietro per sempre.

Puoi cambiare, puoi migliorarti ma resti comunque “quello lì”.

Quando ero ragazzina avevo un amico che portava i baffi e da tutta la compagnia veniva chiamato “Baffino”. Si chiamava Alessandro, per gli amici “Sandro”  ma per la compagnia, per gli intimi “Baffino”.

Verso i 25 anni si fidanzò e si tolse i baffi: la sua ragazza e futura moglie non amava quell’appellativo. Dopo qualche anno si è sposato senza baffi, ha avuto tre figli ma per noi “amici” ha continuato ad essere, con affetto,  “Baffino”.

Attualmente è separato e si è fatto ricrescere i baffi. Dovere di cronaca.

I baffi, credo, siano stati in qualche modo il suo X Factor, ciò che lo ha reso sempre positivamente differente e lo ha contraddistinto dagli altri. 

Solindue, il mio avatar, è stata definita una  “Narcisa, che si compiace di se stessa“.

Son appellativi, duri, che restano addosso come il sapore dell’amore appena consumato. Io ho pensato di godermeli con piacere, e passionalità, anzi, di giocarci su.

Mia mamma diceva sempre: inutile piangere sul latte versato o chiudere la stalla quando i buoi sono oramai scappati!

Flavia Altomonte ha bandito un altro concorso “Ricordi in bianco e nero”. Le ho inviato una mia foto e per vincere ho bisogno che andiate sul suo sito a votarmi.

Sarò abbastanza “Narcisa”?

Questo sarà  il mio X Factor: coraggio amici votatemi… giocate con me!!

http://www.flavialtomonte.com/2011/04/votate-il-vincitore/

P.s. Tanto più che la foto è una figata pazzesca!  (Eh sì, sono davvero una che si compiace di se stessa!)


Un nuovo amore

 

Un nuovo amore sboccia così, senza preavviso, assieme ai primi raggi di sole primaverile.

Lo si incontra un giorno, per caso. All’inizio si fa finta di niente cercando di negare a noi stessi l’evidenza: i palpiti al cuore, la strozzatura allo stomaco, e per ultimi i brividi alla schiena. Ma a quel punto siamo persi.

Le ore successive servono solo a sognare e organizzare l’incontro successivo. Le giornate scorrono, le persone parlano, litigano e fanno pace. Ma se tu hai un nuovo amore tutto scivola lieve. Non senti le anatre starnazzare, ma solo gli uccellini cinguettare fra i rami degli alberi in fiore.

Io mi sono innamorata di Holga.

Viene da Hongkong. Amici me ne avevano parlato sempre con entusiasmo. “E’ un portento!” mi dicevano.

Ma avvicinarsi a lei non è stato facile. Sono scelte che richiedono una buona dose di coraggio. Ma non sono una che si tira indietro e quando il mio cuore batte facendomi sentire appassionatamente viva sono pronta a fare scelte anche controcorrente.

Così ho scritto una lettera a ” Hoy Kui Lau, Room 2114-  Fuk Tai House”. Ho raccontato del desiderio di averla fra le mie mani. Ho pagato il viaggio da Hongkong a Firenze e sono rimasta in attesa del suo arrivo.

Da questa mattina Holga è con me.

Holga è una “Toy Camera”, estremamente economica (35/40 euro). Il corpo di plastica (nella mia scelta rosa) è sovente soggetto a difetti (nessuno di noi è perfetto)  facendo entrare spesso la luce nella parte interna. Sfocature, vignettature e aberrazioni cromatiche sono all’ordine del giorno. Veste pellicole sia a colori che bianco e nero da 120 mm.  Possiede un flash multicolor e una lente con una distanza focale di 60 mm.

I prossimi giorni serviranno per conoscerci meglio. La terrò fra le mie mani e lei sarà il mio terzo occhio, quello sfocato, quello imperfetto. L’occhio della mia anima, talmente difettosa che s’impressiona di luce anche quando intorno c’è solo buio.

 


Gorgeous

Gorgeous fa proprio per me. Perchè è una parola onomatopeica, che riempie la bocca e poi quella esse finale ridondante fa sembrare la cosa plurale, moltiplicata, in continua propagazione.

Non esiste in italiano un aggettivo che sia così altisonante, tradurlo con magnifico, stupendo o sfarzoso … non rende fino in fondo l’idea.  Gorgeous è gorgeous, non c’è niente da fare.

Gorgeous lo si usa quando si vede qualcosa di particolarmente bello, che ci illumina gli occhi, ci riempie il cuore e soddisfa la nostra mente. Gorgeous lo si esclama con gli occhi spalancati e pieni di stupore davanti alla purezza ideale del volto della Venere del Botticelli; Gorgeous è l’aggettivo perfetto quando per la prima volta si entra in Piazza dei Miracoli a Pisa: i prati verdi e il bianco del marmo dei monumenti sono per forza di cosa gorgeous: resti lì a bocca aperta, incredulo per l’esistenza di una tale meraviglia.

Gorgeous lo si sossurra assaporando il migliore dei vini, servito alla temperatura perfetta e nel bicchiere giusto, dal nostro Lui a metà cena di una “serata ideale”: la luce è soffusa, la musica lieve e allora assapori il vino, cerchi il suo sguardo, occhi leggermenti languidi e con un filo di voce e un leggero ammiccamento ti lasci andare ad un sensuale “Gorgeousss”, magari scuotendo  in senso di approvazione la testa. Il dopo cena è assicurato.

Gorgeous è il premio che, neanche a farlo a posta, mi è giunto oggi via mail, speditomi da Aracne. Troppo buone le amiche. Nell’accettarlo devo rispondere a 5 domande.

Quando hai comiciato il blog? Ottobre 2009

Su cosa scrivi? Sono onnivora

Che cosa rende il tuo blog speciale? Il personaggio  Sol’

Cosa ti ha spinta ad iniziare? Una scommessa

Cosa cambieresti nel tuo blog? Niente

E regalare il premio ad altri cinque blogger.

Si accettano raccomandazioni!

 

 


Scegli maschio o femmina?

 

Ho trascorso quasi 24 ore con i miei tre figli. Cosa sempre più rara … loro crescono e i momenti di riunione sono sempre più difficili da concretizzarsi. Ma tant’è che tutte le volte che riesco a godermi tutti e tre assieme, non posso fare a meno di constatare le incredibili differenze fra le due femmine e Baby G., il maschio.

La filmografia degli ultimi tempi ha sottolineato in maniera esuberante e divertente le differenze, che per quanto conosciute sono state  amplificate dal grande schermo.  “Maschi contro femmine” del 2010 e “Femmine contro maschi” del 2011, sono stati due film italiani  al primo posto d’ incassi per diverse settimane.

Eppure ”  Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò.” [Genesi 1, 27]

…  fa pensare che Dio  creò il maschio e la femmina assieme, tanto da arguirne una perfetta simmetria nonchè  la medesima dignità.

Sempre per poi ricredersi, sottolineando presto come: ” Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo” [Genesi 2, 22] … perché “non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto [Genesi 2, 18] … la simmetria già qui scompare in maniera anche troppo evidente!

 {Mi domando se noi donne  siamo d’aiuto…}

Ora,  comunque,  affiancare i due film di  Fausto Brizzi all’Antico Testamento, potrà far venire la pelle d’oca a molti lettori, però se le differenze fra maschi e femmine sono così evidenti … da qualche parte dovremmo pur cercare una genesi, anche perchè spesso capirne la differenza in anticipo è fondamentale per non aver brutte sorprese nel futuro.

Mi spiego.

Conoscere le peculiarità (se così si possono definire) dell’essere umano maschile aiuta a costruire una pacifica convivenza. Sapere in anticipo che si dimenticherà della ricorrenza del vostro matrimonio ma non quella del derby, servirà a non farne un dramma e a farvi fissare con largo anticipo l’uscita per “teatro e  sushi” con le amiche.

In realtà, la conoscenza delle differenze fra i due sessi è importante, ad esempio,  anche per la scelta del cane. Chi è alla prima esperienza nell’acquisto del nuovo amico, dovrebbe acquistare una femmina per una gestione più semplice e sicura: spesso, invece,  chi sceglie un cane di razza tende a preferire un maschio perchè più maestoso e appariscente, non valutando attentamente anche gli aspetti negativi.
Il cane maschio è tendenzialmente più dominante della femmina, cioè è più portato ad una scalata gerarchica che, se non controllata dal padrone uomo,  porterebbe il cane al comando del branco (nel nostro caso della docile famigliuola) con le spiacevoli conseguenze che ne seguirebbero: un esempio classico il cane che ringhia quando si tenta di farlo scendere dal divano … mettendo a rischio sia il derby di lui, che conseguentemente,  la cena con le nostre amiche! 

Ma, ancora più determinante e difficile, sembra sia la scelta del maschio o della femmina … nelle piante di cannabis: specialmente perchè questa pianta (udite, udite!)  tende all’ermafrodismo.  Fortuna (?) vuole che mi sia imbattuta in un sito svizzero che spiega molto bene, con abbondanza di  foto, la differenza fra le due specie, mettendo in guardia i lettori:

Non credete alle classiche storie di chi dice di saper distinguere i maschi dalle femmine tramite le foglie. Sarebbe davvero una brutta sorpresa scoprire di aver ucciso piante femmina credendole dei maschi. Nella scelta la cosa più importante è la pazienza, siate pazienti e sarete ripagati.” 

 L’importanza di una tale conoscenza è presto detta: la canapa cresce in due varietà, o come una pianta femmina o come una pianta maschio. Solo la pianta femmina produce cannabis che si può fumare: le piante maschio producono polline che non contiene THC.  In altre parole, le piante maschili non vi faranno sballare … dovete coltivare le femmine per quello!

{Ecco la prova che le femmine sono  d’aiuto!}

Per serietà etica o/e deontologica, non vi concedo il link del sito, dovete credermi sulla parola –  oppure andarvelo  a cercare  – oppure, come vi consiglio io,  fare affidamento come dice il nostro amico svizzero sul vostro intuito e la vostra pazienza  per  la scelta di ogni essere vivente di casa:  sia esso uomo, animale o pianta.

 


Serve un Dio in Giappone?

 

Provengo da una normale famiglia italiana e sono stata cresciuta con  una media istruzione cattolica. Ricordo che mio padre ogni tanto pregava.

La confusione che c’è stata nella mia vita negli ultimi dieci anni mi ha portato a sentirmi una non credente.

Come tutti voi ho visto le immagini dell’apocalisse in Giappone. Seguo con ansia le notizie, leggo i giornali e guardo i filmati. Il cuore stretto, la tristezza negli occhi e le solite domande nella mia testa.

Ieri  mi è stata inoltrata la mail di una ragazza giapponese, certa Cie, che chiede di inviare i nostri pensieri positivi, di “luce, speranza e compassione” per aiutare tutti coloro che soffrono in un paese così lontano dal nostro, ma nello stesso tempo così vicino: il dolore a noi, per quanto lontani, è arrivato pesantemente.

Nello specifico Cie chiede con un passaparola online, uno o due minuti di concentrazione in modo da focalizzare tutti assieme i nostri sentimenti positivi, ogni giorno, alle 14 (più o meno nella pausa pranzo) quando in Giappone saranno le ventidue.  A quell’ora gli amici giapponesi attenderanno l’arrivo del relativo flusso di positività, nella speranza che ciò  possa in qualche modo aiutarli (nella mail, in realtà, si parla addirittura di  riuscire a bloccare le radiazioni nucleari trasformandole in pura luce…).

Io davvero non saprei. Sono molto scettica e diffidente. Però il mio poter solo stare a guardare mi irrita, il sentirmi inutile e  infeconda mi indispone; mentre l’idea che  il mondo intero alla stessa ora possa fermarsi e concentrarsi tutto quanto su un’unica finalità positiva mi e sembrata un’idea grandiosa.

Un minuto solo per me e il mio alter ego giapponese, senza dover passare attraverso la “mediazione” di nessun altro.

Poco fa, alle 14 appunto, mi sono allontanata dal mio lavoro, ho appoggiato la schiena alla mia sedia e ho pensato alle immagini devastanti che porto dentro da giorni e che non vorrei mai aver visto. Forse il mio referente giapponese non avrà avuto nessun sollievo, ma a me è piaciuto così.

 

 

[nella foto “Les escabrilles mentales de Folon”]


Consapevolezza

Hei  Tutto ok? Io sono un lettore esperto e traggo da uno scritto quello che potrei trarre da una chiacchierata a quattrocchi. 
Posso permettermi di dire che il tuo tono è più malinconico del solito?
Sembri quasi rassegnata a qualcosa che debba succedere per forza, sembra che ti stia lascinado scivolare su qualcosa che sai già che non porterà a niente di buono ma che non si può frenare.
Sbaglio? Spero di sì. Ma credo di no. 
Sei stanca. Vero?
                
                       
Io su quella panchina mi ci sono seduta.
          
Il primo pensiero è stato di stupore “Ma guarda” mi son detta “Aracne è passata di qua ed ha avuto davvero un’idea geniale!”
Un po’ di lana colorata e un semplice giardino, intirizzito ancora dall’ultimo gelo invernale, diventa più solare, più caldo, quasi primaverile.
Ma, se per riscaldare una panchina invecchiata può bastare un po’ di lana colorata, per rianimare un’anima un po’ ingrigita serve qualcosa di più intenso. Prima di tutto la consapevolezza che qualcosa dentro non funziona.
               
Io su quella panchina mi ci sono seduta e ho cercato di riflettere.
                
Con sorpresa ho ricevuto pochi giorni fa una mail da un amico che non sentivo da tempo. Con gioia gli ho riscritto raccontandoli la vita dell’ultimo anno, un po’ come fosse un “oroscopo dal passato”: amore, lavoro, salute, denaro. E lui, come potete leggere, mi ha trovato malinconica e rassegnata. Acciderbolina! Tanta roba! Così tanta al punto che io non ne avevo nessuna consapevolezza. Possibile??
Sono stanca, è vero. Lo si legge nei miei occhi, nel mio volto e lo si leggerà nelle parole che scrivo. E’ stato un altro lungo inverno.
Malinconica…mah ho sempre pensato di essere una persona allegra e lontana dalla malinconia finanche da quella un po’ bohèmienne che fa tanto chic.
Rassegnata, davvero mai. Dubito che esista una lottatrice più accanita di me. E poi rassegnata di cosa: mi piace la mia vita,  è faticosissima, ma mi piace.
 
Dopo un po’ di riflessione io da quella panchina mi sono alzata…
      
… infreddolita, ma con la chiara consapevolezza che “il mio amico” non sia proprio un esperto lettore come sostiene… ed il peggio è che Lui non ne è consapevole! 
 
 
 
 
 
 

Filosofia spicciola

 

Quando stavo per compiere i miei diciott’anni ero ansiosa di prendere la patente. Un po’ come tutti, sognavo davanti a me la libertà che le quattro ruote potevano regalarmi. L’emozione si è dopo un po’ affievolita. Adesso quando passo le mie giornate in coda penso con tenerezza ai miei sogni di ragazzina.

Sogni e realtà spesso non coincidono.

Lo stesso è capitato quando studiavo. Stufa dello stress da esame sognavo di finire in fretta e mettermi a lavorare. L’emozione dei primi guadagni si è subito scontrata con la riduzione delle vacanze. Ricordo il mio primo mese di luglio trascorso in ufficio … e qualche amica ancora all’università che fra un esame e l’altro se ne andava al mare. Che tristezza pensavo, sarà così d’ora in avanti la mia vita? Ho cercato quindi, finché ero ancora in tempo, l’indipendenza lavorativa, per poter decidere della mia vita, svincolandola il più possibile dagli “obblighi da dipendente”.

(Anche se svincolati dagli obblighi in questa vita non lo si è mai.)

Mi domandavo quanti di voi si possono ritenere soddisfatti del proprio lavoro. E’ quello che volevate? O forse, come spesso capita, anche per voi la realtà ha modificato i vostri sogni?

Ho iniziato a tenere un blog perché un giornalista si lamentò con me del suo lavoro. Chi di noi, almeno una volta nella vita, non ha voluto fare da grande il giornalista, o il fotografo? Quando una passione diventa routine il divertimento purtroppo decade e la passione si allenta fino a scomparire. Tutto finisce per essere “l’ennesimo” articolo scritto sul difficile momento politico, o “l’ennesimo” reportage fotografico sulla spazzatura a Napoli.

Quante delusioni e quante insoddisfazioni ci siamo costruiti addosso senza volere, e chiusi nella morsa dei doveri non riusciamo a liberarcene.

E’ così che spesso ci sfoghiamo e scappiamo rifugiandoci in atteggiamenti poco edificanti. Quante persone rientrano stanche, deluse e insoddisfatte dal lavoro, in una famiglia “inesistente” che non li comprende , e finiscono per cercare una falsa felicità su strani [leggi porno] siti in internet?

Quanta tristezza! Giovani scappate finché siete in tempo da un lavoro che non vi soddisfa!

Scrivo tutto questo perché mi sento in colpa per Silvio. Come cittadina italiana sento di avelo deluso. Vedo da una parte Lui, con la sua voglia a di farci crescere, con la Sua passione per questo Stato e dall’altra Noi che non siamo stati all’altezza; Noi che non lo abbiamo compreso; Noi che siamo diventati la sua “l’ennesima” sconfitta.

 

JOHANNESBURGH (SUDAFRICA) – Nuovo declassamento dell’economia italiana ad opera del Fondo Monetario Internazionale. Il quale da Johannesburgh comunica le stime dei Paesi nel 2011 e nel 2012. Per l’Italia c’è un ulteriore declassamento: nel 2011 il nostro Paese crescerà solo dell’1% (il governo italiano parla di un 1,1-1,2%) e nel 2012 dell1,3%. Dati notevolmente inferiori anche alla media europea (1,5% nel 2011, 1,7% nel 2012) e a quella di altri Paesi come la Germania (2,2% nel 2011, 2% nel 2012) che fanno da traino. Anche per gli Stati Uniti si prospetta un biennio di crescita molto solida, con un 3% nel 2011 e un 2,7% nel 2012.

[25.01.2011 – http://www.julienews.it/]

Siamo Noi che lo abbiamo abbandonato solo in casa dove Lui poi non ha potuto far altro che dare libero sfogo a quello che è l’istinto primario di ogni uomo: la ricerca di una facile felicità! Festini e strani balli sono solo l’ignobile fuga di un uomo amareggiato e deluso dal proprio lavoro.

Quanta tristezza! Coraggio Sivio, fatti forza e disfati di questo sporco e deprimente  lavoro di politico che ti sta portando solo  al degrado: credici sei perfettamente in tempo! La strada è spianata, vai pure, nessuno ti fermerà!


Opere teatrali

 

                   

Il modernissimo Prometeo

            

PARTE PRIMA

PERSONAGGI

Mamma: Solindue

Figlio: Baby G. (11 anni)

Scena: Firenze – Cucina di casa

ATTO I

Scena I – Solindue ai fornelli, abbigliamento da casa. Baby G. in tuta da tennis, appoggiato sul tavolo vicino.

Sol’.    Baby G., tesoro, sto scolando la pasta, potresti apparecchiare?

Baby G.   Certo mamma, tu potresti finire di attaccare le figurine dei calciatori?

(Silenzio)

Solindue si volta e con lo sguardo fulmina il piccolo.

Baby G. (con aria funesta, abbassando prima gli occhi e poi la testa).     Ok mamma ho capito, come non detto. Attacco io le figurine dei calciatori, tu apparecchia pure … scusa.

ATTO II

Scena I – Solindue,  sempre  in abbigliamento da casa, in sala da pranzo apparecchia … pensierosa.

“Imparate dal mio esempio, se non dalle mie parole, quanto sia pericoloso acquisire la conoscenza e quanto sia più felice l’uomo convinto che il suo paese sia tutto il mondo, di colui che aspira a un potere più grande di quanto la natura non conceda”.

(Mary Shelly – Frankestein).

 (Ho creato un mostro!)

 

 


Indovina chi viene a cena

Le cose più divertenti della vita non sono a pagamento”.

L’affermazione, forze un po’ pretenziosa, è uscita dalla mia boccuccia poche ore fa mentre ero a cena a casa di Aracne.

Rispondevo alla domanda  di un’amica sua “newyorkese” un po’ stupita, che si chiedeva per quale motivo io e voi scriviamo su The Best se nessuno ci paga.

Conosco Aracne credo da più di ventanni, le nostre figlie sono state insieme dall’asilo al liceo.

Aracne è quella al centro nella foto. Alla sua destra l’amica stupita, alla sua sinistra una dolce signora “inglese” che ama tessere stoffe al telaio. Non so se la stoffa che le tre donne si coccolano sulle ginocchia sia una sua creazione. Però era molto colorata e dunque perfetta per la foto.

Le cene al femminile a casa di Aracne iniziano alle 19,30 e sono sempre una sorpresa piacevole, sia per la compagnia che per il cibo indiano. Non chiedetemi gli ingredienti delle ricette, ricordo che nel sugo delle polpette c’era la cannella, i ceci erano cucinati con i porri e qua e la svolazzavano semi di papavero. Il che detto così fa sorridere, ma vi assicuro che erano una delizia…peccato per i tovaglioli.

La compagnia oltre a me, all’ospite e alle due signore fotografate, era composta da due ulteriori amiche, una “italiana più delle altre” ed una “svizzera francese”. Una meraviglia. La conversazione si è svolta per tutta la sera contemporaneamente in tre lingue: inglese, italiano e francese.

Abbiamo parlato di viaggi spaziando e vagabondando dall’India, all’Egitto e al Marocco; di figli, ognuna di noi a casa ne era ampiamente dotata; e chiaramente di uomini. Metti sei donne intorno ad un tavolo, stappa una bottiglia di Chianti (o forse le bottiglie erano due?) e la conversazione finisce sempre lì. Perché l’uomo, di riffe o di raffa, ci lascia sempre stupite, per il suo essere così essenziale.

“Ciao cara saranno trent’anni che non ci incontriamo, come stai? Anche io, bene grazie, cara, Sì mi sono sposato, ho tre figli, mi sono separato da quattro anni e con mia moglie lo facevo anche due volte al giorno”.

Magnifico, caro grazie, so già tutto di te … riterrei forse inutile un secondo appuntamento”.

La conversazione, seppur con immagino differente tempismo, è occorsa ad una di noi, e non potevamo non parlarne, non potevamo non riderne e non potevamo non scuotere la testa in senso di disapprovazione, una dietro l’altra.
Fortuna ha voluto che a tirarci su di morale a fine cena, se ce ne fosse stato bisogno, è arrivato LUI. Moro, sinuoso e delicato al punto giusto. Si è avvicinato al tavolo e per la delizia prima di tutto dei nostri occhi, si è lasciato guardare. Che dire, era lì indifeso solo per noi sei.
I commenti non si sono sprecati e dopo un primo sospiro iniziale ognuna di noi ha perso, a modo proprio, il controllo. L’amica “newyorkese” è chiaramente stata la prima ad agguantarlo e direi ad assaporarlo.

Non ci sono proprio storie: “Le cose più buone della vita non sono a pagamento”.

 LUI, il Dolce al cioccolato di Aracne ne è un esempio.

Grazie dell’invito, amica mia, adoro le tue serate.


Urlami in latino

Ubi maior minor cessat ... dovrei farmi da parte solo perché mi parli in latino?

Ci sono persone che amano mostrare costantemente la loro sapienza. Persone tanto piene di sé che quando parlano complicano le frasi con aggettivi ridondanti. Cercano di mettere l’altro in imbarazzo con termini sofisticati  e terminano il discorso con un bel detto latino.

Diceva  Publio Terenzio: Nil est dictu facilius …  niente è più facile che parlare.  Già, ma dove sta l’intelligenza, la sensibilità e la delicatezza di ascoltare il  proprio interlocutore? Perché mai stordire una persona con grandi parole e togliere così ogni possibilità di contraddittorio? Se è un gioco al massacro che tende ad eliminare ogni genere di dialogo, se non vuoi neanche provare ad ascoltarmi, se la mia opinione non ha per te valore, perché mai ti sei fermato al mio cospetto? Perchè non hai tirato dritto, magari alzando le spalle  o sbuffando con aria sprezzante di supremazia e superiorità?

E tu che il latino non sai, perché alzi la voce con me? Perchè mai urli incessantemente al telefono e non lasci che ti spieghi? Hai forse paura che la mia spiegazione abbia un senso? Temi che io possa con un filo di voce far crollare il tuo castello di carta? E’ per questo che la tua voce esce dalla cornetta bruciando come un fiume di lava? E’ per questo che giocando in velocità, non appena riesco nell’istante di silenzio in cui stai riprendendo fiato, ad inserirmi fra i tuoi urlati affanni … blocchi il mio parlare sul nascere con un nuovo poderoso grido:  “Non ho intenzione di ascoltarla!”.

Perché mai dunque hai perso tempo a chiamarmi? Forse che il tuo superiore con aria sprezzante  ti ha liquidato  in due parole con un glaciale proverbio latino? Ti sei forse sentito davanti a lui un povero ignorante e non hai potuto difenderti davanti al suo ampolloso e barocco parlare?  Se è stato così ed hai cercato in me un facile sfogo, se è attraverso me che cerchi la rivincita, se è alzando la voce che nascondi la tua insicurezza …  sono felice di non aver perso la calma, di averti ascoltato, di averti compatito e di averti lasciato andare senza proferire parola.

Sei solo un povero diavolo … Odi profanum vulgus et arceo!