Archivi categoria: libri

Caro Marco…ti censuro

…anzi no, ti scrivo.
Per la prima volta decido di non pubblicare un commento – anzi due.

Sono lì fermi in moderazione da questa notte.

Marco, nascosto dietro questo cappuccetto nero, ha trovato degli errori (ben due!) nei miei articoli.

“Faccio solo una considerazione d’ordine grammaticale… anzi culturale, visto che quelle grammaticali potrei farle in altre sedi di questo blog…”

così inizia la sua missiva

“Mi meraviglio anche che nessuno dei tuoi lettori, che fanno tanto i colti, te l’abbia segnalato: chi ha un blog, chi scrive in internet, ha il dovere di non divulgare ignoranza. Qualcuno che cerca informazioni potrebbe leggere e apprendere male, capitando qui.”

prosegue …

“puoi trovare tutte le informazioni a riguardo, nel web o fuori, se solo prendessi la briga di farti una cultura. Inutile poi sbandierare i libri su aNobii, se si scrivono certi strafalcioni nel blog!”

termina, infine.

Marco ha terribilmente ragione. Sono una capra! … e forse non dovrei tenere neanche un blog. Però anche voi, lettori che fate tanto i “colti”, potevate avvertirmi: questo non è un gioco, sto addirittura divulgando ignoranza!

Ringrazio dunque Marco per le segnalazioni e ho, ovviamente, corretto gli errori. Adesso è tutto perfetto

… anzi no: ho ancora due commenti in moderazione, ma sono così poco educati e detto fra noi (senza che Marco ci senta) preferisco continuare a scrivere rischiando di divulgare ignoranza piuttosto che presunzione, arroganza e maleducazione!

p.s. questa volta ho controllato su internet: tutti e tre i termini calzano a pennello a “cappuccetto nero”!


Villaggio Barona

                      

Inaugurato nel 2003, il Villaggio Barona nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Attilio e Teresa Cassoni e la Parrocchia dei Santi Nazaro e Celso con il supporto dell’Associazione di volontariato Sviluppo e Promozione e ha portato alla riqualificazione di un’area milanese di oltre 45.000 mq, fino a qualche anno fa occupata da attività industriali e artigianali, e alla trasformazione della stessa in un complesso adibito a  servizi di assistenza (centro di aggregazione per anziani autosufficienti e per disabili, nido per bimbi di famiglie in difficoltà, poliambulatorio psichiatrico dell’ospedale S. Paolo di Milano, assistenza al disagio psichico), residenze (dedicate a famiglie in difficoltà, malati terminali, anziani non autosufficienti), pensionato per studenti, attività commerciali e verde pubblico.

Non so se sia tutt’oro quel che luccica, per onestà ammetto di non averlo mai visitato e di leggere su Wiki: “Nel 2006 un servizio del noto programma televisivo Le Iene aveva provato a dimostrare che il quartiere di Barona non fosse tanto diverso da quello napoletano di Scampia. Nel servizio andato in onda, però, il giornalista Giulio Golia, recatosi in via Mazzolari, ha dovuto constatare come in realtà la zona fosse molto tranquilla; il servizio finiva con le riprese degli interni di uno dei condomini della via, rimarcando solo la qualità scadente del complesso immobiliare e i relativi disagi degli inquilini”.

Immagino quindi, che da allora,  molti ancora siano stati gli sforzi fatti e tante le soddisfazioni ottenute, almeno a leggere dai numerosi eventi organizzati dalle diverse associazioni legate al Villaggio; non ultima questo anno, il 14 aprile,  la quarta edizione  del Seminario di formazione per giornalisti sui temi del disagio e della marginalità, dal titolo: “Giornalisti nonostante. Sottotitolo: Sussulti, idee, scenari per una formazione bella e possibile”.

Il valore sociale di ogni iniziativa svolta al Villaggio Barona si inquadra nella tolleranza e nel rispetto della diversità; nella volontà di creare proprio all’interno del Villaggio tutto quanto possa contribuire a rendere la vita dei residenti il più normale possibile allontanando il rischio di ghetizzazione cui, in una realtà come questa, si può venire facilmente incontro.

In questa cornice socio-culturale, si svolgerà il prossimo  4 – 5 – 6  giugno, per il secondo anno consecutivo, l’iniziativa SCRIVERE SUI MARGINI  Festival delle letterature  e delle società. Obiettivo principale dell’evento è il porre l’attenzione sui margini della nostra società partendo dai racconti, dai luoghi e dai personaggi.

Ho trovato l’evento, la sua realizzazione, nonché la sua collocazione all’interno del Villaggio Barona, estremamente interessante ed ho quindi  intervistato per voi il suo “creatore”: Alessandro Zaccuri … e scusatemi se è  poco!

L’intervista uscirà su The Best Magazine di fine mese, ma se non potete attendere fino ad allora … suvvia ragazzi, vi regalerò il trailer!

The Best Magazine_intervista Zaccuri.


Un gran bel peccato capitale!

Lo so che in questo blog ci sarebbero dovuti essere i lavori in corso ancora per un po’, ma ho appena fatto una scoperta davvero piacevole e volevo condividerla con voi.

E’ uscito oggi il nuovo libro di Intermezzi Editore. Si intitola “Il paese bello” scritto dal trentenne Cesare Stefano Sgambati.

Troverete qui “Il non più giovane Holden“, uno dei sette racconti che costituiscono il libro. Si legge con il fiato sospeso fino in fondo, trattenendo il respiro e urlando a pieni polmoni per la forza della scrittura.

Sarà il momento, sarà il mio assopimento odierno, ma questo racconto affascinante per la sua crudezza,  mi ha davvero svegliato e colpito positivamente. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensate. Coraggio una lettura che richiede solo 10 minuti! … poi cioccolata al peperoncino per tutti, promesso!

Il paese bello
Sette racconti come sette nuovi peccati capitali che costruiscono parola dopo parola una prigione, la cella del nostro bel Paese.

scoprilo

Il silenzio perfetto

 

C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.

(R. Battaglia, “Un cuore pulito“)

 

Amo molto il silenzio. Situazione ottimale per la concentrazione e la riflessione anche se per me non indispensabile. Con facilità riesco ad estraniarmi dal mondo e dai suoi rumori per poter pensare, immersa nel mio personale silenzio.  Ciò non toglie che sia spesso alla ricerca del silenzio, che non ami anzi affatto lo strillare o lo schiamazzare … a volte mi imbarazzo pure per la mia risata, assai riconoscibile ma, per quanto sincera, troppo “grassa” ed esibita!

Certo è che, nei momenti di forte difficoltà della mia vita, sono stata alla ricerca del vero silenzio. Quel silenzio che rappresenta l’oblio, la voglia di perdita di contatto con la realtà. Un “silenzio perfetto” che fa dimenticare chi siamo e dove siamo. Ho cercato un silenzio che riempisse l’anima solo ad ascoltarlo e che fosse rigenerante per tutte le cellule. Un silenzio che rallentasse il ritmo del mio cuore e del respiro tanto doveva essere intenso. Un silenzio dove poter rilegare i miei dolori più privati, non tanto per dimenticarli, ma perchè a volte non ci sono parole che possano servire a descriverli o ad alleviarli. Ritengo che in quei momenti solo il silenzio possa avvolgere un dolore per renderlo meno assordante, meno fragoroso o rimbombante.

* * * * * * * *

More about Il silenzio perfettoHo letto “Il silenzio perfetto”  di Ilaria Mazzeo edito da Intermezzi.

Ilaria  ha solo 30 anni e questo è il suo primo romanzo breve, che devo ammettere, si legge in un soffio. Una scrittura semplice ma ricca di dialoghi ben articolati.

La trama: un concentrato di dolori, spesso solo sussurrati, o appena accennati che lasciano però il lettore  – almeno quello munito di fantasia – forse troppo libero di immaginarsi i personaggi e le loro storie. In sole centoventi pagine si concentra il dolore di due fratelli abbandonati dal padre; il dolore per la morte di un fratello precedentemente scomparso; il dolore per una storia d’amore ritenuta sbagliata e per questo terminata.   Fra le righe del racconto, si intuisce il dolore del nipotino rimasto orfano (liquidato in una frase “Chi restituirà l’infanzia a questo bambino?), nonchè quello per un vecchio amore abbandonato; il dolore nel rivedere il vecchio padre e potrei forse continuare. Chiaramente, un po’ tanto; quasi il libro fosse dedito alla ricerca di un “dolore perfetto” più che di un tale silenzio … 

Il racconto tende anche, per quanto assolutamente scorrevole,  a non delineare molto i personaggi, tranne giustamente un po’ la protagonista, Ginevra, che rimane però sempre con una consistenza ed un’ampiezza leggermente limitata. Tutto scorre velocemente e velocemente viene liquidato. A momenti resta difficile immedesimarsi in lei, nei sentimenti che prova e infine, considerato il periodo nero che sta passando, non possiamo che condividere la scelta del suo medico nel prescriverle dei potenti e “miracolosi” sonniferi!

Ma, ironia a parte, ci sono tratti di scrittura molto interessanti come le visioni oniriche della protagonista che si sviluppano come un leggero filo conduttore in tutto il romanzo. Presenze costanti che danno un senso alle sue scelte e che forse l’aiutano a non sentirsi così sola e “ad andare avanti come un cavallo con il paraocchi, ben imbrigliato ed addestrato a percorrere sempre la stessa strada“.

Non sono pertanto nel complesso, certo centoventi pagine che si fanno sfogliare senza lasciare il segno. Anzi forse il cruccio arrivati alla fine è che avremmo voluto leggerne ancora, avere altri dettagli e saperne di più. Vi lascio volentieri una traccia che ritengo fra le più interessanti:

“Una volta pronta, mi fermo a fissare il mare. (…) Cammino fin dove si tocca, poi, quando arrivo in prossimità della barriera corallina, mi butto. (…) Ma appena mi riprendo dall’impatto con le meraviglie del mondo sommerso, è qualcos’altro a catturare la mia attenzione: il silenzio.

E’ come se qualcuno avesse tolto il sonoro al mondo. Sono sola, come spesso mi accade, ma stavolta non c’è nessun rumore di fondo a turbare il rumore dei miei pensieri. (…) Mi sento protetta come non mi accadeva da tempo, avvolta come sono nell’abbraccio dell’oceano che quietamente mi accoglie, senza pormi domande, senza cercare di turbare in alcun modo il dolore che ad ogni bracciata mi riaffiora dentro, ma delicatamente, sotto forma di una melanconia dolce, irresistibile.”

Chiaramente una bella lettura – a tratti anche intensa – che ci avvolge con piacere, e che tenta di proiettarci  dentro l’anima di una giovane donna moderna che cerca, certo non senza fatica, di  “sopravvivere” ad una vita troppo spesso per tutti noi non proprio gentile.


Schadenfreude

    

Io faccio davvero difficoltà a vivere senza un dizionario in mano.

Un po’ perché è difficile sapere tutto; un po’ perché c’è sempre da imparare (che forse poi è lo stesso);  un po’ perché devo sempre capire le differenze che ci sono fra un sostantivo e un altro o fra un aggettivo e un altro; un po’ perché ho delle lacune pazzesche; un po’ perché sto invecchiando e ho dei vuoti di memoria (sinonimo dei  buchi di conoscenza di cui sopra) sempre  pazzeschi.

Leggevo un libro a letto ieri sera. Di quelli leggeri senza peso, con la copertina morbida, che si leggono bene senza avere i crampi alle mani per il volume oneroso, quando nel secondo rigo della nona pagina m’imbatto in un “filantropo”.  Lapsus totale. Tanto ero concentrata nella  lettura di quel briciolo di filosofia che l’autore del libro cercava di trasfondermi,  che il vuoto di significato per una parola abbastanza ordinaria nella sua straordinarietà (suvvia, quanti filantropi conoscete?) è stato totalizzante.

Dentro di me sapevo di conoscere il significato della parola e comunque  il senso della frase mi faceva capire che gran bel sant’uomo fosse il tizio, ma il bisogno della spiegazione “ufficiale” davvero mi mancava. In questi casi mi fondo dalla curiosità di sapere se il termine venga usato anche con altre accezioni, se esiste uno specifico contrario  o addirittura se sia mai esistito nella storia  un “filantropo” d’eccezione.

Credetemi: per dubbi simili sono capace di rimanere serate intere collegata in mondovisione a google, wikipedia, generatori di contrari e sinonimi, dizionari, traduttori  e un numero infinito di blog che hanno taggato la mia parola chiave.

Ma ieri sera il dubbio fra lasciare quelle sicure e calde coperte per calpestare un freddo pavimento alla ricerca di una sagace risposta mi  ha fatto desistere. Purtroppo  la concentrazione dei dubbi sul “filantropo” del giorno, mi ha fatto perdere la concentrazione appropriata  per portare a termine la mia lettura. Ho perciò spento la luce senza trovare minimamente il sonno del giusto e ho rischiato di trascorrere  una notte agitata fra benefattori misericordiosi  e spietati aguzzini.

Fortuna ha voluto che da lì a poco telefonasse un angelo al quale ho immediatamente chiesto (dopo i saluti di rito, chiaramente)  il significato di “filantropo”.  La sua risposta è stata assolutamente esaudiente ed i miei problemi d’insonnia scomparsi…

… almeno oggi nessuno di voi leggendo questo articolo potrà  essere accusato di aver provato anche solo un po’ di  shadenfreude!

 

     

p.s. Dice il proverbio :”La Schadenfreude è la forma di gioia più perfetta (perché viene dal cuore)”.


Leggere

   

Vedo fiumi di simboli in movimento che si rincorrono. Nero su bianco. Sono fregi tutti diversi ma in fondo tutti uguali. Segni dritti, segni curvi. I s o l a t i, uniti-da-trattini, (chiusi in parentesi).

Allontanati da spazi                                    che a volte sembrano infiniti.

I miei occhi cercano di vedere fregi isolati e insignificanti. Ma il mio cervello insiste nel decodificarli. Così, un cerchio diventa una “o”, un serpente arrotolato su se stesso una “@” e tutte quelle linee assumono significati diversi a seconda della lunghezza e dell’inclinazione: “i” oppure “l” o ancora “/”.

Ma non basta. Per quanto mi sforzi, la mia mente persevera nel voler andare oltre. Così quattro segni vicini diventano una parola: “casa”.  Quell’ambiente delizioso, caldo profumato di consuetudini e quotidianità, dove ci sentiamo coccolati e al sicuro.  Quelle quattro mura, a volte colorate, dove ci rintaniamo la sera e ci spogliamo delle fatiche accumulate durante la giornata. Quattro segni, quattro lettere, una parola.

Insiste. Ancora non basta. Il mio cervello sembra non accontentarsi. Vuole dare un significato cumulativo anche a quelle cinque parole vicine, legate assieme da una lettera maiuscola iniziale ed un puntino finale: “La mia casa è lontana.” Tutto cambia. Quell’ambiente caldo e delizioso diventa ad un tratto lontano, quasi irraggiungibile. Fra quelle cinque parole si cela un senso di insoddisfazione, di inquietudine e di tristezza. Non più una visione morbida e  accogliente di rifugio, bensì una visione che richiama malinconia e sconforto.

Il mio cuore reagisce.

Non posso smettere. Per quanto cerchi di sforzarmi la situazione non è più sotto il mio controllo. Gli occhi scivolano sulle righe, lungo i paragrafi e attraversano le pagine con una velocità impressionante. La mia mente elabora velocemente ogni informazione in maniera atletica e leggermente allucinata. Non tralascia niente. Ogni pausa, ogni virgola, ogni accento o maiuscola ha un proprio significato. Ma non è un significato isolato. Tutto è collegato in un unione che sembra risultare perfetta.

Passano le ore e non me ne accorgo. La passione ha avuto il sopravvento sulla stanchezza e sulla fame. Ancora segni da decodificare, ancora lettere e parole che si uniscono per poi allontanarsi senza mai saturare la mia mente, nè tantomeno il mio cuore. Ancora pagine e pagine di scrittura …  fino all’ultimo, significativo …  puntino.

Anche questo libro è terminato. Davvero un capolavoro!

UPDATE

Ho postato lo stesso scritto su Anobii impostando una discussione:

“Cosa significa amare leggere” … piacevoli e romantiche spesso le risposte  andate a vedere     ANOBII