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Sarà …

Con l’intenzione di godermi un attimo di pausa mi siedo in un delizioso caffè di Firenze.
Ordino un cappuccino con cacao e decido, soffiando fuori dai miei polmoni i miei pensieri, di rilassarmi.
Sono le 9.30 circa e nel caffè c’è un andirivieni importante di persone. La zona dove è situato il bar è ricca di uffici, banche e studi legali, quindi in giro c’è tanta “bella gente”.
Gli uomini  quasi tutti in giacca e cravatta con soprabiti e sciarpe in tinta, sono ben curati. Capelli a posto e ben sbarbati. Se chiudo gli occhi mi sembra quasi di sentire il miscuglio piacevole dei loro dopobarba. Solo due uomini, su una decina,  indossano giacconi  slargati e consumati nonchè scarpe un po’ sformate tipo Clarks scamosciate di qualche tempo fa. Tutti gli altri sembrano comparse di un film su Wall Street.
Le donne sono ben truccate, anzi se guardo bene le immagino  uscite tutte da poco dal parrucchiere! Molte indossano tacchi alti e calze leggere che lasciano scorgere, in qualche caso, anche caviglie affusolate e gambe toniche.
Entrano ed escono dal caffè in piccoli gruppetti. Chiacchierano fra loro in maniera solare e spesso con molta intesa. In più di un caso mi è sembrato di vedere leggeri ammiccamenti fra i due diversi sessi: sguardi luccicanti, occhiolini  e certamente sempre grandi sorrisi.
L’ambiente è davvero gioioso e piacevole. Racchiude uno squarcio della nostra società assolutamente positivo. Nessuno sguardo che  in quel momento mi circonda può ricollegarsi a un lunedì nero della borsa o a una Messina inondata dall’acqua.
Eppure, mi domando inevitabilmente, come sarà la loro vita privata. Usciti dalla loro giornata di lavoro cosa faranno? Rientreranno in felici famiglie, formate da mogli e mariti splendenti? Abiteranno in deliziosi appartamenti senza perdite d’acqua, con mobili di design? Trascorreranno il prossimo fine settimana fra un aperitivo e una cena nell’ultimo locale alla moda?
Oppure, rientreranno a casa la sera, insoddisfatti della loro  giornata guidata dall’obbligo del  “va tutto bene!”. Stanchi di sorridere e sprizzare di felicità “per dovere”,  s’ infileranno in un paio di ciabatte consunte e, rispondendo a monosillabi al proprio compagno di vita, si piazzeranno davanti al televisore felici di poter vedere il lunedì  il nuovo programma di Fiorello “Il più grande spettacolo dopo il week end”?

Più del 40% di ascolti. 12 milioni di italiani sintonizzati il lunedì su Raiuno mi fa pensare al bisogno di “una scusa istituzionale” per scrollarsi di dosso ogni genere di problema.
Ho visto il programma e adoro Fiorello. Sono una sua “follower” su Twitter e tutte le mattine seguo la sua rassegna stampa.  Lui è senza dubbio un grande. MA il botto di ascolti del suo varietà tutto luci e davvero poca sostanza, mi lascia insoddisfatta e  mi fa riflettere.

Sarà tutt’oro ciò che luccica?


Dire, fare, baciare…

               

(…)

Sì, so fare un mucchio di cose: informatica; musica; primo soccorso; tenere i bambini; andare a vela, a motore, a remi, pagaiare e nuotare; ispezionare gli aeroplani; tradurre testi; trattare di matematica e di materie scientifiche in generale.
So anche strabuzzare gli occhi asimmetricamente, cioè con uno che guarda diritto e uno che guarda verso il naso.

(…)

Questo commento di Luciano al mio articolo precedente mi ha fatto riflettere e deprimere. “Caspita!” mi son detta “io non so fare nulla…” Mi son dunque messa lì sul lettone a pensare e a cercare di mettere giù anche io una lista di cose che so fare, anche se fare è un po’ generico: bisogna saperle fare bene!

Il risultato temo  sia quasi insufficiente …

Prima di tutto so ascoltare, poi so lavorare a maglia, andare a vela (anch’io!), nuotare, sciare, giocare a tennis e a ping pong; so parlare inglese e francese; so usare una macchina fotografica e dipingere con i colori ad olio; so quanto è faticoso allevare figli da sola; so tagliare l’erba, le siepi e coltivare fiori. So raccogliere le olive. Sono molto brava ad organizzare la vita degli altri e a fare i dolci e le marmellate. In generale, anzi, direi che so cucinare … anche se, pensandoci bene,  è capitato che qualcuno a volte si sia lamentato. Infine, direi che so fare l’amore … o almeno:  fino ad oggi nessuno si è mai lamentato! 


Unità di misura

(…segue da Solindue)

Solindue è un po’ febbricitante.  Diciamo in un “normale” stato influenzale: raffreddore abbondante, occhietti lacrimosi, difficoltà a deglutire per una persistente laringite e un inizio di tosse.

Ma non vedeva Sol’Lui da un po’ di giorni.

Così aspirina alla mano ieri pomeriggio Sol’ è  uscita.

Si è fatta accompagnare a finire il  lavoro fotgrafico sui murales – metà delle foto senza cavalletto sono venute mosse, immagino per il tremito_influenzale – … poi sono stati al ristorante con gli amici della vela e prima di rientrare ognuno nel proprio nido, Sol’ con il suo Lui, si sono fermati mezz’ora per “due chiacchere” al calduccio.

Tipica situazione da film.

Divano, luce soffusa, bevanda calda.

Sol’ appariva come un pettirosso tutto tremolante e bisognoso di calore. Lui come un bel giovame cacciatore felice di aver appoggiato il suo fucile al chiodo.

Si sa in queste situazioni le parole non servono, bastano il silenzio e gli sguardi a fare da musica e a riempire gli istanti. Ma un piccolo pettirosso malato ha sempre bisogno di un qualcosa di più, di un momento di sicurezza, di rassicurazioni.

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Amore, quanto mi vuoi bene?”

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Le braccia del cacciatore si sono fatte ancora più forti. L’abbraccio è diventato ancora più potente.

Si sa in queste situazioni le parole non servono, il calore di un abbraccio riempie il cuore più di mille frasi.

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Tanto quanto una scatola di matite colorate Caran d’Ache da 84 pezzi!

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…   Oh Cielo! Tanta roba!


graffiti


Gli artisti che praticano street art hanno motivazioni personali, che possono essere molto varie.

Alcuni usano questa forma di “arte” come sovversione, critica o come tentativo di abolire la proprietà privata, rivendicando le strade e le piazze; altri più semplicemente vedono le città come un posto in cui poter esporre le proprie creazioni e in cui esprimere la propria arte. La street art offre infatti la possibilità di avere un pubblico vastissimo, spesso molto maggiore di quello di una tradizionale galleria d’arte.

Diverse sono state le visioni dei miei “lettori” sull’utilizzo dei significati delle fotografie … Mi chiedevo cosa ne pensate della “street art”.
Può essere considerata ARTE o solo una groviglio colorato di immagini?
Quando passate vicino a un muro dipinto da un graffito ne siete attratti? Lo vedete o passate oltre quasi “stomacati” da una simile accozzaglia di colori e figure?


Metafora fotografica

“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo “

Esistono descrizioni che possano spiegare meglio la nozione  tecnica di dipendenza dalle condizioni iniziali, presente nella teoria del caos, di questa metafora?

Immagino di no. Forse è per questo che usiamo metafore e similitudini  ogni giorno con tanta facilità. Le usiamo per tradurre situazioni teoriche e difficili,  in altre, pratiche ed elementari. Le usava ampiamente il Manzoni nei suoi “Promessi Sposi” per disegnare il carattere dei suoi personaggi: ” il nostro Don Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, pria di toccar gli anni della discrezione, d’esser, in quella società come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Un dipinto perfetto grazie a una metafora davvero calzante.

Mi sto occupando, più di quanto non facessi prima, di fotografia.

Devo preparare alcuni lavori e dunque sto studiando i fotografi del passato. Come? sfogliando una fotografia dietro l’altra.

In realtà mi sono ben presto resa conto che non stavo visionando delle fotografie ma un’epoca, piuttosto che un’altra. Perchè le fotografie sono illustrazioni, esempi  e in quanto tali metafore, di un passato.

Una fotografia tanto più è  espressiva, tanto più crea un’immagine suggestiva, tanto più è in grado di comunicarci una visione lungimirante e accorta di un mondo, senza richiederci troppo sforzo, proprio come fanno le figure retoriche.

Ecco qui una splendida metafora che ci comunica perfettamente  le fatiche ed i disagi di un fotografo, appeso ad una gru nell’attesa dello scatto migliore.

Questa immagine ci fornisce  informazioni così concrete che solo con una lunga, e forse noiosa descrizione ricca di  aggettivi, avremmo  potuto  raggiungere lo stesso risultato; un semplice sguardo alla fotografia e  abbiamo subito chiaro che all’epoca la sicurezza sul lavoro non sapevano davvero cosa fosse!

Immagino sia per questa loro semplicità nel comunicare che le immagini sono diventate così determinanti nella nostra vita. L’immagine è  il canale di comunicazione più diretto e quello maggiormente usato. Pensate alla pubblicità o  ai differenti simboli che illustrano le attività sul vostro computer: il cestino, la cartellina, la rubrica… non utilizziamo più parole, ma immagini metaforiche .

Ma sarà davvero un bene?


Se…

Se si potesse esplorare dall’alto la vita sarebbe molto più semplice.

Ma bisogna viverla da dentro e tutto diventa complicato. Ogni ora vissuta  diventa parte di noi. Ogni istante ci lascia spesso preziose scritte brillanti, ma a volte anche rossi tatuaggi indelebili.

Ce la faremo ad arrivare al traguardo senza rimpianti? A vivere con passione fino in fondo. A morire potendosi guardare alle spalle con leggerezza, sorridendo, potendo gridare al mondo che quello che abbiamo fatto e abbiamo vissuto è grande. Senza voler a tutti i costi essere famosi, senza aver scritto il romanzo del secolo, senza aver scattato la foto dell’anno, saremo alla fine all’altezza della vita che ci hanno regalato?

Se si potesse esplorare dall’alto la vita  sarebbe molto più semplice.

Vedremmo l’insieme delle cose, la visione globale. Con tutta la vita in mano potremmo plasmarla, modificarla. Evitare angoli o cadute. Prendere decisioni senza essere troppo coinvolti. Ma così, nell’attimo in cui la si vive, ogni istante è una conseguenza per il domani. Una parola, un gesto, un bicchiere di vino in più o in meno fanno la differenza. Un sorriso può cambiare la giornata, uno schiaffo, la dimensione della vita.

Se si potesse esplorare dall’alto la vita  …

… accetteremmo il nostro annientamento?


Downshifting

Sto facendo downshifting e non lo sapevo.

Downshifting significa cambiare i parametri, abbassare il tenore di vita, scalare marcia. Convinta che la vita non vada vissuta come se  durasse per sempre (lo diceva anche Seneca 2000 anni fa), sto lavorando da oramai quasi quattro anni alla mia ritirata. Il mio sogno: comprarmi un 40  piedi (una barca a vela intendo) e trasferirmi a giro per il Mediterraneo.

E i soldi? I figli? La famiglia? Il lavoro?

Infatti ragazzi, ci sto lavorando su … e non prevedo nessun drastico cambiamento per i prossimi 5 anni. Ma ieri ho avuto un’illuminazione: ho scoperto di fare downshifting e  di essere sulla strada giusta.

L’illuminazione me l’ha data un ex manager italiano di 43 anni. Il suo nome, Simone Perotti, vi dice niente? Questo signore è autore di un cambiamento radicale nella sua vita. Manager milanese di successo, un 4 luglio a trentadue anni, mentre era immerso nel caos del Grande Raccordo anulare di Roma ebbe un’istante di lucidità, si guardò attorno e capì che le cose così non potevano andare. Le sue passioni erano la scrittura e la barca a vela, ma non aveva tempo per concedersi nessuna delle due: come la maggioranza di noi la mattina si ritrovava in un ufficio, con persone che non avrebbe voluto incontrare,  sognando la libertà di avere un’occasione per fare altro.

L’occasione se l’è costruita nei tredici anni successivi. Nell’autunno del 2009, infine,  è uscito un suo libro: “Adesso basta” edizioni Chiarelettere.  Che dire: sembra che Simone ce l’abbia fatta! Ha iniziato a ridurre le proprie spese, cambiando consumi e  abitudini; ha imparato a stare bene da solo e a ricostruirsi una vita più “umana”, imparando a lavorare per se stesso; restaurandosi una casa da solo, creandosi un orto e viaggiando per mare. Il libro non è solo il racconto del suo “successo”, ma vuole essere un aiuto per tutti quanti (come me) stanno cercando “l’alternativa” al caos dei nostri tempi. Simone ci offre seriamente una mappa per trovare il tesoro, e non ci dice che sarà facile, nè se ce la faremo ma ci offre gli strumenti di riflessione per capire se davvero lo vogliamo e dunque quali passi percorrere per arrivare alla meta “vittoriosi”.

Sì lo so, ragazzi miei, vi vedo scuotere la testa in segno di disincanto: “Bella forza”, vi direte, “ma lui era un manager, sarà ricco. Io invece? Se smetto di lavorare come campo?”.

Simone (che ricco sembra non esserlo) tiene a precisare, che i soldi sono soltanto l’ultimo dei problemi. “Finora abbiamo pensato che ci sia solo un modo di guadagnare soldi e lavorare, cioè il nostro. Non è così” scrive. E lo dimostra con  esempi precisi a partire dalla sua fortunata esperienza, con tanto di tabelle e numeri in colonna.

Personalmente, sono felice di aver letto il suo libro  ed aver visitato il suo blog (QUI). Ho anche parlato con lui e mi ha simpaticamente concesso un’intervista che troverete sul prossimo numero di The Best.

Non so se riuscirò fra qualche anno a completare il mio percorso. Mi piace però tanto, nel frattempo,  gustarmi il mio sogno; limarlo nella sua fattibilità e renderlo sempre più concreto e serio. I cambiamenti che ho attuato alla mia vita negli ultimi quattro anni sono già tanta cosa e altri ne verranno sicuramente. Una cosa è certa ho già raggiunto una libertà di tempi invidiabile e non capisco come tutto il resto dell’universo non veda e non cerchi di cambiare.

“…la nostra vita è troppo programmata, camminate troppo sul solido. Toglietevi le scarpe, bagnatevi i piedi, non vi capiterà niente di così grave. L’acqua dell’oceano, la sua schiuma frizzante, vi faranno intirizzire le caviglie, certamente, ma che bella sensazione di libertà affondare i piedi nella sabbia della battigia!”

(Adesso basta, S. Perotti, ed. Chiarelettere, 2009, p. 183)