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Emozioni perturbatrici

nOn hO dI chE lAmEnTArmI. EppUrE cOntInUO nEllA mIA vItA Ad AbbAndOnArmI cOnsApEvOlmEntE A EmOzIOnI nEgAtIvE.

qUEllE AppUntO chE Il bUddIsmO dEfInIscE “EmOzIOnI pErtUrbAtrIcI”, crEAtE In spEcIAl mOdO dAll’AttAccAmEntO AllE cOsE E pErsOnE.

nOn sO cOmE UscIrnE, AnchE sE l’UnIcA vIA pOssIbIle ImmAgInO pOssA EssErE l’AllOntAnArsI dA qUEstO stIlE dI vItA “cOmmErcIAlE” E AnchE dAllE pErsOnE, chE fOrsE AnchE InvOlOntArIAmEntE mI prOcUrAnO sOffErEnzA. rIUscIrE pErO’ A vIvErE cOn dIstAccO E sEnzA cOInvOlgImEntO I mIEI rAppOrti pErsOnAli E’ dIffIcIlIssImO. InEvItAbIlmEntE lA mIA prEdIspOsIzIOnE All’AttAccAmEntO rIsUcchIA tUttE lE mIE EnErgIE e InEvItAbIlmEntE mI rItrOvo, pErdOnAtEmI l’EspREssIOnE, cOn Il cUlO pEr tErrA!

nOttI InsOnnI, cOn lO stOmAcO AccArtOccIAtO, Il nOdO AllA gOlA E unA rAbbIa chE crEscE dEntrO, cOstrEttA A vIvErE con spEttrI chE OfUscAnO lA mIA mEntE AllOntAnAndOmI dAllA pAcE E cOndAnnAndOmI A UnA sOffErEnzA IntErnA qUAsI cOntInUA.

sArA’ cOsI fOrsE lA vItA dI tUttI, cOstEllAtA dA InUtIlI AttAcchI dI IrA, rAbbIA E dUnqUe sOffErEnzA. NoN sO. quEllO chE sO E’ chE IO pEr qUAntO sIA cOscIEntE dI qUEstA mIA dEbOlEzzA nOn sOnO AssOlUtAmEntE cApAcE dI IllUmInArmI.

lA sAggEzzA nOn mI AppArtIEnE

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Coppia di fatto?

Scrivo questo articolo per avere illuminazioni al riguardo.

Inizierò con il fare ammenda per non essermene interessata fino ad adesso, ma davvero non avrei mai pensato che la cosa avrebbe potuto un giorno riguardarmi. Niente di più sbagliato, ma che volete farci, non si finisce mai d’imparare.

Detto questo, partirò con il raccontare, specialmente per tutti gli amanti del privato altrui (in questo caso del  mio), che la mia “storia” con Mr. Calzino (di qui apresso chiamato L.) sta procedendo alla grande e ci stiamo avvicinando al mitico traguardo dei 24 mesi: due anni.

Capirete che non vorrei arrivarci impreparata. Un minimo di organizzazione per l’evento ci vuole. Ma che fare? Perchè una cosa è festeggiare due anni di  un semplice “stare assieme” … ben altra cosa poter dire: “siamo una coppia di fatto”.

Mi domando quindi se esista un periodo di prova prima di potersi considerare tali; c’è forse l’obbligo di un conto corrente cointestato? E’ forse necessaria la nascita o programmazione di un figlio? C’è obbligo prolugata coinvivenza? Ci vuole il riconoscimento della comunità?

Ebbene sì lo ammetto. Io ed L. non viviamo sotto lo stesso tetto, ma bensì a 25 km di distanza; non abbiamo un conto cointestato e non abbiamo previsto di proliferare. Restano quasi due anni di vita condivisa, assaporata  e combattuta assieme e magari centinaia di programmi futuri.

Per quanto riguarda il “riconoscimento” di me e L. come coppia … diciamo che almeno in un caso dobbiamo ancora lavorarci su. Un po’ come sta facendo l’Autorità Nazionale Palestinese, per farsi riconoscere quale stato membro dell’ONU. Non so se il paragone sia calzante, ma nonostante i due anni assieme, c’è ancora qualcuno che insiste a non volerci considerare una  “coppia” … di qui il dilemma: stiamo sbagliando qualcosa?

E voi, siete una “coppia di fatto”? Lo siete mai stati? Potete aiutarmi?


Questa casa …

Sembra ieri. Sento ancora la sua voce rimbombare nel corridoio.

Apro la porta di casa. Cerco di entrare di soppiatto, sfilare nell’ingresso e scappare di nascosto in camera mia. Ma non serve. Il suo urlo arriva diretto lungo la mia schiena e mi colpisce come, anzi peggio, di uno schiaffo.

“Questa casa non è un albergo!”

Rientravo sempre a casa per cena troppo tardi e mia madre – bei tempi quando ancora parlava! – si lamentava del mio modo di vivere da 14enne perennemente a giro, con poca voglia di studiare. Sempre un po’ sopra le righe e certamente fuori dal suo controllo.

Una volta divenuta madre io, mi son sempre detta che sarei stata una madre diversa e quella frase non l’avrei mai pronunciata. Ho mantenuto la promessa fino a ieri.

Ma quando è troppo è troppo. Tre giorni fuori casa senza dare notizie, senza farsi vedere neanche un attimo son tanti. E’ chiaro e naturale che mi sia preoccupata. Poi il rientro di ieri sera quasi selvaggio. Sei rientrata con una fame spaventosa. Ma quant’è che non mangiavi? Ti ho accolto con il sorriso, così  come mi hanno insegnato ad accogliere il figliol prodigo. Nessun lamento da parte mia. Ti ho osservato mente divoravi la carne e ne chiedevi, quasi implorando dell’altra e poi ancora altra.

Ho ripensato a quando ero io giovane. Ho ripensato alle litigate in famiglia. All’interrogatorio che subivo ogni sera al rientro. “Dove sei stata fino a quest’ora? Con chi sei uscita? Che cosa hai fatto?”.

Ho sempre pensato che sarei stata diversa, così non ho chiesto niente, anzi ti ho coccolato per farti capire che ti amavo a prescindere, senza compromessi di orari. Ma tu sei rimasta sulle tue, fredda. Hai mangiato con lo sguardo basso, sempre rivolto al piatto. Una corsa in bagno e te ne sei riuscita.

Sono rimasta ammutolita. Pensierosa. Forse mi son detta sto sbagliando… e  ho ripensato nuovamante a mia madre e al suo sfogarsi urlando per il mio comportamento spesso strafottente, certamente spesso da ragazzina viziata. Quanto è difficile essere genitori!

Infine la pioggia. E’ iniziato a piovere di nuovo, tanta pioggia insistente. Io ero oramai distratta dalla televisione, mollemente seduta sul divano quando ti ho sentito rientrare. Bagnata fradicia sei apparsa in salotto. Gli occhi quasi impauriti. Ti sei avvicinata al divano e pretendevi che ti asciugassi. Mi è sembrato davvero troppo… allora anche io ieri sera ho urlato:

“Adesso basta! Cosa credi, questa casa non è un albergo!”

Ma cosa vuoi capire tu … sei solo una gatta!


Troppo

                   

Ci sono nella mia giornata, così come immagino nella vita di tutti quanti, momenti in cui un qualcosa è TROPPO.

Momenti in cui c’è TROPPO caldo e quindi TROPPO sole. Troppo rumore e quindi TROPPO poco silenzio.

A volte mi accorgo di aver mangiato TROPPO e allora ohi, ohi, che notte TROPPO agitata; alcue altre di aver bevuto un po’ troppo e alora ohi, ohi, che notte TROPPO … intensa!

Questa estate ho preso TROPPO vento e TROPPO spesso ho avuto TROPPO mal di mare.

 TROPPO è una buffa parola. Provate a gurdarvi allo specchio mentre la pronuciate: T – R – O – P – P – O con le labbra che scoppiettano non appena soffiate fuori la doppia P.

In realtà è una parola che ha un significato di eccesso TROPPO spesso negativo: TROPPO sole, TROPPO vino,  TROPPO  fumo … tutto il TROPPO fa male. O quasi. Vorrei spezzare una lancia in favore dei TROPPI baci che a mio modesto avviso non sono mai TROPPI. Così come per le TROPPE risate che sono davvero liberatorie!

Mentre – ahimè – temo non si possa dire lo stesso per il TROPPO amore … quello a volte fa male, se male interpretato: come dire… in generale  “il troppo stroppia”.

Frusta figlia “TROPPO occidentale”

 (ANSA) – PESARO, 31 AGO – Frustata dal padre con un filo elettrico perche’ aveva comportamenti ‘TROPPO occidentali’. E’ successo ad una diciassettenne marocchina, residente in Italia da dieci anni con la famiglia, in un paesino in provincia di Pesaro Urbino. L’uomo, che era arrivato anche a sequestrare la ragazza in una soffitta quando aveva scoperto la sua relazione con un giovane connazionale, e’ stato arrestato dai carabinieri.


Pragmatiche certezze

Sì, ho trascorso un bellissimo fine settimana.

NO, non mi è pesata la pioggia battente.

Sì, sono stata anche al cinema.

NO, non ho mangiato la pizza.

Sì, ho visto le immagini del Giappone.

NO, non ho letto i giornali.

Sì, mi si è chiuso lo stomaco.

NO, non posso non pensarci.

Sì, la Fiorentina ha vinto.

NO, non ho vinto il concorso.

Sì, devo farmi la ceretta.

NO, non andrò dal parrucchiere.

Sì, un giorno mi comprerò la barca.

NO, non posso smontare la mia vita adesso.

Sì, i babà erano davvero squisiti.

NO, non ti darò la ricetta del mio cheese cake.

Sì, ieri sera ho visto la Littizzetto.

NO,  non mi ha fatto molto ridere.

Sì, smack, smack, smack era la parte più SENSUALE del tuo discorso.

NO, non avrai la paternità di questo articolo.

Sì, ci dovevi pensare prima.

NO, non mi sento in colpa.


Il fatto è che

 

       

“Chi si contenta gode e qualche volta stenta; ma è un bello stentar chi si contenta”.

Il fatto è che dopo che sei stata dal macellaio e hai comprato una succulenta bistecca, la fettina di tacchino non ti attira più.

Il che non è poi così sbagliato. Voglio dire perchè mai dovremmo accontentarci sempre e subito? 

Il che non significa che dobbiamo essere sempre insoddisfatti di ciò che abbiamo. Non dobbiamo certo divenire schiavi dei nostri desideri, altrimenti andremo sempre incontro a una malinconica infelicità.  Però … non dobbiamo neanche peccare di vigliaccheria, aver paura di rischiare, di puntare più in alto solo per paura di non riuscire, di non raggiungere il traguardo.

Il che non vuole dire che nella vita non dobbiamo accettare dei compromessi. Per carità! Sono alla base delle relazioni, fanno parte della vita e ci sono di fondamentale aiuto per gestire i rapporti umani,  ma non dobbiamo arrivare alla “sopportazione” : rischieremo uno stato di quiete ruggente davvero pericoloso.

Il fatto è che non riuscirete a convincermi: perchè mai dovrei accontentarmi di un carrellino o una borsetta blu se mi piaceva gialla?

Così, ieri sera sono stata in macelleria e mi son comprata una bella, rossa, succosa fiorentina.

Come? Qualcuno preferiva una delicata, tenera e bianca fettina di tacchino? Oh Cielo, ma non avete appena letto le istruzioni sull’importanza dei colori? 


Unità di misura

(…segue da Solindue)

Solindue è un po’ febbricitante.  Diciamo in un “normale” stato influenzale: raffreddore abbondante, occhietti lacrimosi, difficoltà a deglutire per una persistente laringite e un inizio di tosse.

Ma non vedeva Sol’Lui da un po’ di giorni.

Così aspirina alla mano ieri pomeriggio Sol’ è  uscita.

Si è fatta accompagnare a finire il  lavoro fotgrafico sui murales – metà delle foto senza cavalletto sono venute mosse, immagino per il tremito_influenzale – … poi sono stati al ristorante con gli amici della vela e prima di rientrare ognuno nel proprio nido, Sol’ con il suo Lui, si sono fermati mezz’ora per “due chiacchere” al calduccio.

Tipica situazione da film.

Divano, luce soffusa, bevanda calda.

Sol’ appariva come un pettirosso tutto tremolante e bisognoso di calore. Lui come un bel giovame cacciatore felice di aver appoggiato il suo fucile al chiodo.

Si sa in queste situazioni le parole non servono, bastano il silenzio e gli sguardi a fare da musica e a riempire gli istanti. Ma un piccolo pettirosso malato ha sempre bisogno di un qualcosa di più, di un momento di sicurezza, di rassicurazioni.

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Amore, quanto mi vuoi bene?”

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Le braccia del cacciatore si sono fatte ancora più forti. L’abbraccio è diventato ancora più potente.

Si sa in queste situazioni le parole non servono, il calore di un abbraccio riempie il cuore più di mille frasi.

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Tanto quanto una scatola di matite colorate Caran d’Ache da 84 pezzi!

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…   Oh Cielo! Tanta roba!