Facce da coda

 

Sono ferma in auto. Come tutti i giorni. In fondo alla strada un semaforo. Le auto, in colonna per due,  si trascinano avanti in un’onda lenta. La strada è in discesa. Tolgo la marcia, piede sul freno, e anche io scivolo giù lentamente. Mi sistemo più comoda sul sedile e sintonizzo meccanicamente un altro canale della radio. Troppa la pubblicità urlata per essere mattina presto.

Le due file parallele di auto partono e si rifermano quasi all’unisono; normalmente quella di sinistra si muove un attimo appena prima. Io sono sulla fila di destra. Al mio fianco un’auto bianca. Penso. Non ce ne sono più molte di auto bianche. Seduta alla guida una ragazza giovane. E’ sola in auto ed è avvolta in una grossa sciarpa di lana. Anche questa è bianca. Non arriverà ai trentanni. Si guarda spesso nello specchietto retrovisore per controllarsi il trucco. Si sistema i capelli in maniera un po’ ansiosa. Controlla il cellulare e poi di nuovo l’attenzione passa al suo occhio destro. Con l’indice sfuma meglio l’ombretto sulla palpebra.

Si riparte.

La macchina bianca si ferma più avanti. La lascio  scorrere e cerco di scorgere il passeggero della nuova auto al mio fianco. Un’Audi nera, anzi, forse blu notte. Il passeggero sembra sclerare per la coda che non scorre. Sorrido. E’ la stessa coda per me tutte le mattine. Gesticola e parla animatamente con la donna che guida. Magari è lei che ha scelto questa strada. Continua a fare cenni indicando la  fila che non si muove.  Si volta verso di me. Attraverso il vetro del mio finestrino gli sorrido. Si volta subito, quasi il mio sorriso lo abbia infastidito. E’ evidente che per lui non c’è nulla da sorridere. Sarà in ritardo per un’importante riunione. Tutti saremo in ritardo.

L’attesa è più pesante rispetto alle altre mattine. Scorgo in fondo alla strada il semaforo. Il suo alternarsi dei colori non porta a nessun movimento delle auto. Siamo fermi. Troppo fermi. Un suono fuori dal coro attira la mia attenzione. Non proviene dalla radio. Il suono si fa sempre più corposo, quasi assordante. Proviene dal retro della fila. Guardo attraverso lo specchietto retrovisore. Un ragazzo poco più che ventenne è alla guida dell’auto dietro la mia. Si muove animatamente. Immagino stia cantando a squarciagola. Con la testa tiene il ritmo di una musica che non sento e che difficilmente immagino. Si agita, scuote i capelli e con le mani tiene il ritmo  della sua musica sul volante della sua macchina. Eccola. Arriva da dietro, l’ambulanza passa veloce, scorrendo al lato della coda. Ci supera e si ferma in fondo alla strada, appena più in là, sulla destra.

Niente più suoni, né movimenti. Anche il passeggero dell’Audi nera si è calmato e non da più nessun segno di nervosismo.  I nostri sguardi s’incrociano ancora attraverso i vetri sporchi delle nostre auto. Nel frattempo è iniziata a scendere una breve pioggerella. Questa volta non ho avuto voglia di sorridergli.

Un suono acuto squarcia di nuovo l’atmosfera. L’ambulanza riprende la sua corsa con un nuovo passeggero. La coda riprende a scorrere e con lei anche noi sfiliamo via lungo la strada, nel silenzio di questa nuova mattina d’inverno.

 

(«Expressions» è il titolo dell’installazione di Sophie Caves al Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow, in Scozia e rappresentata nella foto)

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