Archivi del mese: gennaio 2011

Opere teatrali

 

                   

Il modernissimo Prometeo

            

PARTE PRIMA

PERSONAGGI

Mamma: Solindue

Figlio: Baby G. (11 anni)

Scena: Firenze – Cucina di casa

ATTO I

Scena I – Solindue ai fornelli, abbigliamento da casa. Baby G. in tuta da tennis, appoggiato sul tavolo vicino.

Sol’.    Baby G., tesoro, sto scolando la pasta, potresti apparecchiare?

Baby G.   Certo mamma, tu potresti finire di attaccare le figurine dei calciatori?

(Silenzio)

Solindue si volta e con lo sguardo fulmina il piccolo.

Baby G. (con aria funesta, abbassando prima gli occhi e poi la testa).     Ok mamma ho capito, come non detto. Attacco io le figurine dei calciatori, tu apparecchia pure … scusa.

ATTO II

Scena I – Solindue,  sempre  in abbigliamento da casa, in sala da pranzo apparecchia … pensierosa.

“Imparate dal mio esempio, se non dalle mie parole, quanto sia pericoloso acquisire la conoscenza e quanto sia più felice l’uomo convinto che il suo paese sia tutto il mondo, di colui che aspira a un potere più grande di quanto la natura non conceda”.

(Mary Shelly – Frankestein).

 (Ho creato un mostro!)

 

 


Indovina chi viene a cena

Le cose più divertenti della vita non sono a pagamento”.

L’affermazione, forze un po’ pretenziosa, è uscita dalla mia boccuccia poche ore fa mentre ero a cena a casa di Aracne.

Rispondevo alla domanda  di un’amica sua “newyorkese” un po’ stupita, che si chiedeva per quale motivo io e voi scriviamo su The Best se nessuno ci paga.

Conosco Aracne credo da più di ventanni, le nostre figlie sono state insieme dall’asilo al liceo.

Aracne è quella al centro nella foto. Alla sua destra l’amica stupita, alla sua sinistra una dolce signora “inglese” che ama tessere stoffe al telaio. Non so se la stoffa che le tre donne si coccolano sulle ginocchia sia una sua creazione. Però era molto colorata e dunque perfetta per la foto.

Le cene al femminile a casa di Aracne iniziano alle 19,30 e sono sempre una sorpresa piacevole, sia per la compagnia che per il cibo indiano. Non chiedetemi gli ingredienti delle ricette, ricordo che nel sugo delle polpette c’era la cannella, i ceci erano cucinati con i porri e qua e la svolazzavano semi di papavero. Il che detto così fa sorridere, ma vi assicuro che erano una delizia…peccato per i tovaglioli.

La compagnia oltre a me, all’ospite e alle due signore fotografate, era composta da due ulteriori amiche, una “italiana più delle altre” ed una “svizzera francese”. Una meraviglia. La conversazione si è svolta per tutta la sera contemporaneamente in tre lingue: inglese, italiano e francese.

Abbiamo parlato di viaggi spaziando e vagabondando dall’India, all’Egitto e al Marocco; di figli, ognuna di noi a casa ne era ampiamente dotata; e chiaramente di uomini. Metti sei donne intorno ad un tavolo, stappa una bottiglia di Chianti (o forse le bottiglie erano due?) e la conversazione finisce sempre lì. Perché l’uomo, di riffe o di raffa, ci lascia sempre stupite, per il suo essere così essenziale.

“Ciao cara saranno trent’anni che non ci incontriamo, come stai? Anche io, bene grazie, cara, Sì mi sono sposato, ho tre figli, mi sono separato da quattro anni e con mia moglie lo facevo anche due volte al giorno”.

Magnifico, caro grazie, so già tutto di te … riterrei forse inutile un secondo appuntamento”.

La conversazione, seppur con immagino differente tempismo, è occorsa ad una di noi, e non potevamo non parlarne, non potevamo non riderne e non potevamo non scuotere la testa in senso di disapprovazione, una dietro l’altra.
Fortuna ha voluto che a tirarci su di morale a fine cena, se ce ne fosse stato bisogno, è arrivato LUI. Moro, sinuoso e delicato al punto giusto. Si è avvicinato al tavolo e per la delizia prima di tutto dei nostri occhi, si è lasciato guardare. Che dire, era lì indifeso solo per noi sei.
I commenti non si sono sprecati e dopo un primo sospiro iniziale ognuna di noi ha perso, a modo proprio, il controllo. L’amica “newyorkese” è chiaramente stata la prima ad agguantarlo e direi ad assaporarlo.

Non ci sono proprio storie: “Le cose più buone della vita non sono a pagamento”.

 LUI, il Dolce al cioccolato di Aracne ne è un esempio.

Grazie dell’invito, amica mia, adoro le tue serate.


Facce da coda

 

Sono ferma in auto. Come tutti i giorni. In fondo alla strada un semaforo. Le auto, in colonna per due,  si trascinano avanti in un’onda lenta. La strada è in discesa. Tolgo la marcia, piede sul freno, e anche io scivolo giù lentamente. Mi sistemo più comoda sul sedile e sintonizzo meccanicamente un altro canale della radio. Troppa la pubblicità urlata per essere mattina presto.

Le due file parallele di auto partono e si rifermano quasi all’unisono; normalmente quella di sinistra si muove un attimo appena prima. Io sono sulla fila di destra. Al mio fianco un’auto bianca. Penso. Non ce ne sono più molte di auto bianche. Seduta alla guida una ragazza giovane. E’ sola in auto ed è avvolta in una grossa sciarpa di lana. Anche questa è bianca. Non arriverà ai trentanni. Si guarda spesso nello specchietto retrovisore per controllarsi il trucco. Si sistema i capelli in maniera un po’ ansiosa. Controlla il cellulare e poi di nuovo l’attenzione passa al suo occhio destro. Con l’indice sfuma meglio l’ombretto sulla palpebra.

Si riparte.

La macchina bianca si ferma più avanti. La lascio  scorrere e cerco di scorgere il passeggero della nuova auto al mio fianco. Un’Audi nera, anzi, forse blu notte. Il passeggero sembra sclerare per la coda che non scorre. Sorrido. E’ la stessa coda per me tutte le mattine. Gesticola e parla animatamente con la donna che guida. Magari è lei che ha scelto questa strada. Continua a fare cenni indicando la  fila che non si muove.  Si volta verso di me. Attraverso il vetro del mio finestrino gli sorrido. Si volta subito, quasi il mio sorriso lo abbia infastidito. E’ evidente che per lui non c’è nulla da sorridere. Sarà in ritardo per un’importante riunione. Tutti saremo in ritardo.

L’attesa è più pesante rispetto alle altre mattine. Scorgo in fondo alla strada il semaforo. Il suo alternarsi dei colori non porta a nessun movimento delle auto. Siamo fermi. Troppo fermi. Un suono fuori dal coro attira la mia attenzione. Non proviene dalla radio. Il suono si fa sempre più corposo, quasi assordante. Proviene dal retro della fila. Guardo attraverso lo specchietto retrovisore. Un ragazzo poco più che ventenne è alla guida dell’auto dietro la mia. Si muove animatamente. Immagino stia cantando a squarciagola. Con la testa tiene il ritmo di una musica che non sento e che difficilmente immagino. Si agita, scuote i capelli e con le mani tiene il ritmo  della sua musica sul volante della sua macchina. Eccola. Arriva da dietro, l’ambulanza passa veloce, scorrendo al lato della coda. Ci supera e si ferma in fondo alla strada, appena più in là, sulla destra.

Niente più suoni, né movimenti. Anche il passeggero dell’Audi nera si è calmato e non da più nessun segno di nervosismo.  I nostri sguardi s’incrociano ancora attraverso i vetri sporchi delle nostre auto. Nel frattempo è iniziata a scendere una breve pioggerella. Questa volta non ho avuto voglia di sorridergli.

Un suono acuto squarcia di nuovo l’atmosfera. L’ambulanza riprende la sua corsa con un nuovo passeggero. La coda riprende a scorrere e con lei anche noi sfiliamo via lungo la strada, nel silenzio di questa nuova mattina d’inverno.

 

(«Expressions» è il titolo dell’installazione di Sophie Caves al Kelvingrove Art Gallery and Museum di Glasgow, in Scozia e rappresentata nella foto)


Urlami in latino

Ubi maior minor cessat ... dovrei farmi da parte solo perché mi parli in latino?

Ci sono persone che amano mostrare costantemente la loro sapienza. Persone tanto piene di sé che quando parlano complicano le frasi con aggettivi ridondanti. Cercano di mettere l’altro in imbarazzo con termini sofisticati  e terminano il discorso con un bel detto latino.

Diceva  Publio Terenzio: Nil est dictu facilius …  niente è più facile che parlare.  Già, ma dove sta l’intelligenza, la sensibilità e la delicatezza di ascoltare il  proprio interlocutore? Perché mai stordire una persona con grandi parole e togliere così ogni possibilità di contraddittorio? Se è un gioco al massacro che tende ad eliminare ogni genere di dialogo, se non vuoi neanche provare ad ascoltarmi, se la mia opinione non ha per te valore, perché mai ti sei fermato al mio cospetto? Perchè non hai tirato dritto, magari alzando le spalle  o sbuffando con aria sprezzante di supremazia e superiorità?

E tu che il latino non sai, perché alzi la voce con me? Perchè mai urli incessantemente al telefono e non lasci che ti spieghi? Hai forse paura che la mia spiegazione abbia un senso? Temi che io possa con un filo di voce far crollare il tuo castello di carta? E’ per questo che la tua voce esce dalla cornetta bruciando come un fiume di lava? E’ per questo che giocando in velocità, non appena riesco nell’istante di silenzio in cui stai riprendendo fiato, ad inserirmi fra i tuoi urlati affanni … blocchi il mio parlare sul nascere con un nuovo poderoso grido:  “Non ho intenzione di ascoltarla!”.

Perché mai dunque hai perso tempo a chiamarmi? Forse che il tuo superiore con aria sprezzante  ti ha liquidato  in due parole con un glaciale proverbio latino? Ti sei forse sentito davanti a lui un povero ignorante e non hai potuto difenderti davanti al suo ampolloso e barocco parlare?  Se è stato così ed hai cercato in me un facile sfogo, se è attraverso me che cerchi la rivincita, se è alzando la voce che nascondi la tua insicurezza …  sono felice di non aver perso la calma, di averti ascoltato, di averti compatito e di averti lasciato andare senza proferire parola.

Sei solo un povero diavolo … Odi profanum vulgus et arceo!


2011 via sms

 

25 dicembre 2010     bip bip

“Caro Babbo Natale…oddio scusa ho sbagliato numero ho fatto quello della Befana!”

5 Gennaio 2011     bip bip

“Presto corri! Nel negozio sotto casa mia sono iniziati i saldi! Potrai trovare 3 scope a 15 Euro…stanotte ne avrai bisogno!”

6 Gennaio 2011     bip bip

“Com’è andata questa notte? Stanca del lavoro? Chiamami quando ti svegli, così mi racconti com’è andata con le nuove scope!”

 

In un certo senso sono contenta che queste vacanze siano quasi finite, magari non riceverò nessun altro sms così “simpatico” fino al prossimo anno.

Dunque eccoci di nuovo qui, davanti ai nostri schermi a raccontarci le nostre vite, i nostri successi, i nostri dubbi, le incomprensioni e gli insuccessi che ci capiteranno lungo tutto questo nuovo anno.

Vi scrivo ancora dalla mia dimora di vacanze sulle Alpi francesi. Il tempo è stato davvero bello e ci ha concesso di organizzare molte attività. Sono oramai una sciatrice di una certa età ed il tempo delle sciate dalle 9 di mattina fino alla chiusura degli impianti è terminata. Mi piace godermi la casa, la tranquillità di un piccolo paese lontano dal caos. Ho fatto molto sci nordico (di fondo) ma non quello tradizionale bensì quello in cui si “pattina”. Faticosissimo, ma divertente anche perché è un’attività s’incornicia in un ambiente boschivo e innevato che è davvero da sogno.

Lo so anche quando scio sono un’inguaribile romantica!

La salute della mia comitiva è stata tutto sommato buona: una distorsione al polso, un ginocchio dolorante, qualche febbrone a 38,7 e una serata di vomito seguita da una notte di febbre a 37,7 … ci sono state vacanze peggiori!

Da parte mia ho cercato in questi quindici giorni di isolarmi e non pensare ai problemi di casa, nonostante il mio commercialista abbia già iniziato ad inviarmi mail con richieste varie di dati mancanti per completare il bilancio della società. Le ho lasciate lì in attesa della prossima settimana, quando il mio mondo si coricherà nuovamente sulle mie spalle…con la speranza che questo 2011 mi regali cuscini abbastanza soffici per sopportare il peso di un nuovo intero anno con un po’ più di leggerezza!

7 gennaio 2011    bip bip

“Con qualche giorno di ritardo … ma auguro a tutti voi un soffice 2011!”