Metafora fotografica

“Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo “

Esistono descrizioni che possano spiegare meglio la nozione  tecnica di dipendenza dalle condizioni iniziali, presente nella teoria del caos, di questa metafora?

Immagino di no. Forse è per questo che usiamo metafore e similitudini  ogni giorno con tanta facilità. Le usiamo per tradurre situazioni teoriche e difficili,  in altre, pratiche ed elementari. Le usava ampiamente il Manzoni nei suoi “Promessi Sposi” per disegnare il carattere dei suoi personaggi: ” il nostro Don Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno, s’era dunque accorto, pria di toccar gli anni della discrezione, d’esser, in quella società come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Un dipinto perfetto grazie a una metafora davvero calzante.

Mi sto occupando, più di quanto non facessi prima, di fotografia.

Devo preparare alcuni lavori e dunque sto studiando i fotografi del passato. Come? sfogliando una fotografia dietro l’altra.

In realtà mi sono ben presto resa conto che non stavo visionando delle fotografie ma un’epoca, piuttosto che un’altra. Perchè le fotografie sono illustrazioni, esempi  e in quanto tali metafore, di un passato.

Una fotografia tanto più è  espressiva, tanto più crea un’immagine suggestiva, tanto più è in grado di comunicarci una visione lungimirante e accorta di un mondo, senza richiederci troppo sforzo, proprio come fanno le figure retoriche.

Ecco qui una splendida metafora che ci comunica perfettamente  le fatiche ed i disagi di un fotografo, appeso ad una gru nell’attesa dello scatto migliore.

Questa immagine ci fornisce  informazioni così concrete che solo con una lunga, e forse noiosa descrizione ricca di  aggettivi, avremmo  potuto  raggiungere lo stesso risultato; un semplice sguardo alla fotografia e  abbiamo subito chiaro che all’epoca la sicurezza sul lavoro non sapevano davvero cosa fosse!

Immagino sia per questa loro semplicità nel comunicare che le immagini sono diventate così determinanti nella nostra vita. L’immagine è  il canale di comunicazione più diretto e quello maggiormente usato. Pensate alla pubblicità o  ai differenti simboli che illustrano le attività sul vostro computer: il cestino, la cartellina, la rubrica… non utilizziamo più parole, ma immagini metaforiche .

Ma sarà davvero un bene?

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23 responses to “Metafora fotografica

  • aracne

    Che dici, sarà per questo che la gente non sa più parlare correttamente, nè, tanto meno, scrivere?
    Che invece di dire, per esempio: ‘Signore, mi pare che le Sue funzioni cerebrali siano temporaneamente ottenebrate’, in genere si opti per una colorita metafora che descrive di quale tipo sia la testa del suddetto signore?

  • arthur

    Che strano, in maniera diversa, anch’io parlo d’immagini e di metafore nel mio ultimo articolo appena pubblicato, del messaggio che ci viene, alle volte senza alcun ritegno, propinato.

    Ma tornando alla tua dotta dissertazione… personalmente uso molto le immagini come rappresentazione metaforica di un pensiero, il mio, (l’immagine al mio ultimo post ne è la riprova…) l’ho fatto fin dall’inizio, quando ho aperto il blog, tant’è che alle volte qualcuno si è posto più di una domanda su cosa c’entrasse la foto che avevo pubblicato con il pensiero che avevo esposto, ma solo perché ognuno ha un suo modo particolare di intendere pensiero e immagini, quindi, pwer dirla in toscano, una tale confusione ci sta.😉

    Dici bene quando affermi che “una fotografia tanto più è espressiva, tanto più crea un’immagine suggestiva, tanto più è in grado di comunicarci una visione lungimirante e accorta di un mondo…” sempre però a mio parere, inevitabilmente personale.

    Per esempio, la foto che hai pubblicato, a me trasmette un altro pensiero, forse perché mi ci vedo proiettato in quell’immagine. Mi da l’idea della spregiudicatezza, lo sprezzo del pericolo per documentare un avvenimento o non so cos’altro.

    In ogni caso, qualsiasi sia lo scopo della rappresentazione, è un bene, perché aiuta a pensare, soprattutto aiuta a vedere in quella rappresentazione, il simbolo di una metafora ancora più grande, che è la vita.

    • solindue

      “dotta dissertazione”… immagino sia una metafora ironica …
      L’immagine che ho pubblicato crea dentro di ognuno di noi una diversa sensazione. Ma senza voler entrare dentro il bello ed il brutto e dunque una personalizzazione più accentuata, direi che quello che tu definisci “sprezzo del pericolo” può essere assimilato alla mia mancanza “di sicurezza nel lavoro”.
      Riflettevo però: quest’uomo-fotografo appeso lì come un salame (similitudine)… avrà avuto l’opportunità di fare la SUA fotografia? O è stato burlato dall’altro fotografo che tranquillo per la strada come un pascià (altra similitudine) lo ha ripreso, scattando così “la foto dell’anno”?
      Vedi tu a volte la vita…

  • alanford50

    Si è vero, l’immagine è comunicazione, quindi ne assume tutte le valenze ed i limiti, credo che le immagini e le parole portino con se i limiti dell’altrui capacità di comprensione, un’immagine non sempre viene compresa nel suo intrinseco che vuole trasmettere, ma anche le parole per chiare e prolisse che possano essere, tutto dipende dalla capacità di comprendere e di condividere da parte di chi ascolta, proprio come di chi si pone di fronte ad una immagine, i limiti del’interlocutore rappresentano la possibilità del messaggio di arrivare nella sua totalità e complessità ad essere percepito e compreso, altrimenti, nel caso dell’immagine rischia di assumere le valenze dell’arte, dove l’autore mette a disposizione dell’altrui il mezzo per vedere e leggere l’opera in base alle proprie capacità cognitive ed espressive, anche se non corrispondono a quelle dell’autore stesso, entrambe le visioni hanno la loro validità e veridicità insindacabile, ma perde inesorabilmente la valenza di comunicazione .
    Ciaooo neh!

    • solindue

      Quello che dici è azzeccatissimo.
      Non sai mai cosa l’artista abbia voluto esprimere con una foto. Testimoniare un’epoca o un fatto; creare stupore e meraviglia; o inversamente creare dissenso verso qualcuno o qualcosa.
      Certo è che dal momento in cui una foto (o un quadro, o un racconto) non lascia lo spettatore indifferente, ma trasmette una sensazione è una vittoria certa per l’autore dell’opera.

      • alanford50

        Sarà che non sono un artista, in genere un artista quello che fa lo fa unicamente per se stesso e quasi mai per un senso di condivisione , ma l’idea che un mio discorso o una mia immagine, quadro o quant’altro possa essere compreso in mille modi diversi, non mi soddisfa molto se non addirittura per nulla, quando io cerco di comunicare cerco sempre di essere compreso per quello che intendo esprimere, poco mi soddisfa il sapere che ognuno si è fatta un’idea che può essere decisamente diversa da quelli che erano i miei intenti, diverso è il trovarsi all’interno di un dibattito, ma si tratta di un’altra cosa.

        Ciaooo neh!

        • solindue

          Oh Cielo … ma che stai dicendo? Come sarebbe che un’artista lavora per se stesso? Maddai … forse che lo scrittore che è in te quando pubblica un articolo sul blog lo pubblica solo per se stesso? Continueresti a scrivere se nessuno ti commentasse?
          I pittori dipingono le loro idee ma vogliono condividerle e essere “compresi” o “derisi” dal loro pubblico…
          Suvvia Alan!

          • alanford50

            Ebbene SI! sono arciconvinto che ognuno si esprime in primis per se stesso, ovviamente con la speranza di essere in qualche modo condiviso e compreso, ma in primis lo si fa sempre per se stessi, se così non fosse finiremmo per esprimerci nei modi e nei contenuti che riteniamo più consoni per gli altri, come se uno facesse una foto ad un soggetto che sicuramente sa essere condiviso dagli altri, una sorta di snaturamento, ossia fare le cose che piacciono unicamente agli altri.

            Certi tipi di pittura, per esempio quella astratta e similare, ovviamente esprime unicamente il senso di chi l’ha dipinta, lasciando poi alla gente la possibilità di leggervi quello che ognuno è in grado di trarvi, cosa che io in genere aborro, ma è così, solo i temi con espressioni condivise possono veramente essere dibattuti, ossia quando tutti partono da un unico punto condiviso, il dichiarato pensiero dell’artista.

            Io quando scrivo esprimo la mia unicità, ma cerco, utilizzando le mie ristrette capacità espressive di dare a chi si prende la briga di leggermi la possibilità di comprendere il senso del mio dire, il possibile fatto che nessuno commenti il mio scrivere può assumere diversi significati, posso non essere stato chiaro, posso avere scritto delle cose insignificanti, il mio scrivere può non destare il minimo interesse ecc.ecc. ma sono cose di cui sono ben conscio e che fanno parte delle regole di questo modo di esprimere, ben conscio che se si verificasse questo evento in modo significativo non mi resterebbe che prendere atto del mio “fallimento” ed il cercare nuove forme di espressione personale.

            Ciaooo neh!

            • arthur

              Caro Alan, ciò che dici è senz’altro condivisibile, anch’io penso che ogni artista si esprime prima ancora che per gli altri per se stesso, ma è indubbio che comunque sia, cerchi in qualche modo l’approvazione degli altri, nel senso di condivisione di un pensiero che trovi un riscontro obiettivo in chi lo guarda.

              Ma questo, secondo me, non è limitato soltanto a ciò che è comprensibile, (e al riguardo mi vengono in mente i quadri che generalmente si vedono esposti per le strade e che rappresentano dei bei paesaggi, delle nature morte ecc. ecc… ), perché altrimenti tutto il resto sarebbe da buttare via e, proprio perché l’arte è libera espressione, qualunque essa sia, può e “deve” essere condivisibile.

              Quand’ero giovane, ho per un certo periodo, visto che tra l’altro dipingevo anche, partecipato a mostre e concorsi vari, ma ad un certo punto ho smesso, perché i meccanismi che si erano innescati nel frattempo, mi avevano in qualche modo allontanato da quel mondo che per mia fortuna non ritenevo facesse parte di un mio futuro immediato.

              Era il periodo della transavanguardia, delle istallazioni intese come forma espressiva, affascinanti per questa la voglia di riappropriarsi di un’espressione artistica che non aveva nulla di concettuale.

              E allora, anche una grande, enorme croce istallata nel parco di Monza, aveva motivo di esistere, se solo dietro ci fosse stata, secondo me, l’umiltà del non pretendere che a tutti i costi dovessero esserci dei motivi filosofico_artistici che ne giustificassero la presenza.

              In un concorso di pittura, addirittura un artista aveva appeso sotto al suo quadro, una spiegazione dattiloscritta di ciò che aveva voluto rappresentare… pazzesco.

              Insomma, io, invece, ero di quelli che quando qualcuno chiedeva spiegazione, uscivo fuori dalla sala. Ma non perché non ero in grado di darle, ma solo perché al di là del comprensibile a tutti, e a tutti i costi, credo che l’arte, in genere, l’unico messaggio che può e deve comunicare sia l’EMOZIONE, poi, ognuno di noi, con i suoi occhi, con il suo vissuto e la sua storia culturale, ci veda ciò che vuole.

              • alanford50

                Ognuno di noi in ogni forma di espressione dona se stesso e quasi sempre lo fa in primis per se stesso, per trarre una sorta di auto soddisfazione, appagamento e riconoscimento, poi le stesse cose le cerca nell’altrui.

                Se guardiamo bene nella storia dell’uomo fino a pochissimo tempo fa l’artista in genere cercava nel suo esprimersi di copiare quello cha le natura gli porgeva davanti, quindi l’artista era sempre portato ad una specie di imitazione e di copiatura di quello che vedeva, e l’artista vedeva quello che tutti vedevano, l’artista più bravo era quello che meglio riusciva a riprodurre quello che dipingeva, a lui erano concesse unicamente la visione e la riproduzione dei giochi di luce e delle sfumature per dare un tocco personale alla visione del reale, è solo nell’ultimo secolo (per quel pochissimo che ne so) che c’è stata un’apertura all’intrinseco dell’introspezione, quindi le nuove tecniche non portavano più a cercare di riprodurre fedelmente quello che si vedeva con gli occhi ma quello che si vedeva e sentiva con l’anima, questo ha consentito di non essere più legati alle forme come noi siamo abituati a vederle in natura, per quel che mi riguarda aborro questo tipo di arte perché non mi consente di partecipare all’emozione ne alla bravura dell’artista, in quanto il gesto artistico diventa inconfutabile per chi lo attua, un taglio in una tela bianca per me può significare un milione di cose oppure anche nulla, sicuramente la mia partecipazione emotiva non incontrerà mai quella dell’artista perché sconosciuta, forse anche perché quel tipo di arte consente di dare voce a delle sensazioni che sono talmente personali da non essere assolutamente condivisibili, in questo senso ognuno di noi è artista in quanto capaci di esprimere delle sensazioni, persino un rutto in mezzo alla strada ha un senso per chi lo emette e se lui adduce motivazioni artistiche non glie le si possono negare, ci sono artisti bizzarri che ne hanno fatte ben di peggio riuscendo a svenderle per qualcosa di artistico.

                Dal punto di vista puramente oggettivo un taglio nella tela fatto da fontana non è così diverso da quello fatto eventualmente da me, anche le spinte emozionali e motivazionali possono avere la stessa valenza e nessuno è veramente in grado di sindacarne il gesto ed il senso, l’unica differenza sta nel riconoscimento artistico regalato dalle persone che è poi quello che ne determina il successo, il riconoscimento ed il prezzo/valore.

                Mentre nella forma classica dell’arte la comprensione dell’espressione artistica era alla portata di tutti, quindi riconoscibile e giudicabile da tutti, assolutamente sindacabile, espressione di capacità e di emozioni inconsuete riconosciute da tutti, e da tutti lette e condivise più o meno nello stesso modo.

                Per questo fatico a chiamare arte certe forme di espressione moderne, anche se onestamente non saprei proprio come chiamarle diversamente, forse perché non esiste un modo che le identifichi e le mantenga ben separate.

                Ciaooo neh!

  • Grimilde

    Beh, credo che non sia corretto fare di tutta l’erba un fascio. Un conto sono le fotografie di un Ellott Erwitt qualsiasi, un altro le icone o i simboli.
    Certo, sia l’una che le altre devono dare un messaggio immediato, ma sarebbe come paragonare un Haiku al segnale stradale di STOP!
    Credo nella fotografia, credo che sia un forte mezzo di comunicazione non verbale, che può shoccare, stupire, commuovere e far ridere.
    Ma per essere tale, deve anche essere fatta molto bene.
    Perchè se il messaggio non è chiaro in una foto, è colpa del fotografo, non di chi la guarda.
    E non credo che parlare per immagini inaridisca le nostre proprietà dialettiche, una riprova è il fiorire costante di nuovi blog.
    Ciao ciao!!!

    • solindue

      Ciao Grimilde … un Elliott Erwitt qualsiasi? Oh Cielo speriamo non ti senta!
      Anche secondo me la fotografia (quella vera) non inaridisce il nostro pensiero… anzi lo stimola.
      La mia domanda finale era lì per mettere zizzania!

    • alanford50

      Bisogna anche tenere conto del freddo fattore meccanico del mezzo, cose che pochi ammettono e compendono, ossia che la macchina fotografica subdolamente non copia esattamente quello che vede, il mezzo ha dei limiti ben precisi e dai più non compresi.

      Ciaooo neh!

  • pani

    a me piace pensare che certe immagini racchiudono un’intera odissea: uno scatto riassume tutto.
    E proseguo il pensiero con l’idea che certe narrazioni sono meglio di un film: mentre leggi ti si srotolano davanti agli occhi tutti i fotogrammi.
    Quando immagini e testi stanno insieme sono un’altra cosa, si fanno compagnia, si sorreggono o si amplificano a vicenda

    • solindue

      Bisogna essere molto bravi o molto fortunati affinchè uno scatto riassuma tutto … però è verissimo … io scatto in continuo, chissà se un giorno azzeccherò il “tutto”!

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