Archivi del mese: aprile 2010

Proverbi cinesi

I Biscotti della fortuna sono dei biscottini che al loro interno racchiudono un biglietto contenente un saggio consiglio. Vengono normalmente regalati in occidente a fine pranzo nei ristoranti cinesi … in realtà è bene sapere che  questi biscotti sono sconosciuti sia in Cina che a Taiwan. Ma poco importa, i piccoli pezzi di carta che  si trovano all’interno racchiudono frasi profetiche orientaleggianti che tendono a mettere di buon umore, a far riflettere, sognare o sperare.

C’è un ristorante a Milano che sulla porta di entrata/uscita ha un grande vassoio con sopra tanti foglietti colorati e arricciolati. Ogni foglietto di carta contiene una frase, un pensiero, un’aforisma. Manca il biscotto dolce e croccante,  ma il gioco è lo stesso. Vi ho un po’ trascurato nell’ultimo mese, ma sono stata tanto in viaggio per lavoro, piacere, famiglia. Ho portato con me qualche pensiero “cinese” – dal ristorante milanese – che srotolerei volentieri con voi.

  1. Assaggia l’acqua, conosciuta la sorgente. Sono spesso diffidente. Ad esempio, spesso compro libri o musica di autori che già conosco.
  2. Non c’è altezza che abbia sopra di te qualcosa di più alto. Cerco sempre di avere (e dare) il massimo, ma si sa c’è sempre di meglio. Il che significa anche che devo cercare sempre di migliorare, perchè si può.
  3. Se il fiore è buono anche il frutto lo sarà. Se una madre è in gamba, probabilmente lo sarà anche il figlio. Se un mio amico è affidabile, c’è buona probabilità che anche un amico dell’amico lo sia.

1. 2. 3. In altre parole, The Best Magazine di aprile è on line! Conoscete la sorgente. Avete già letto della madre, della nonna e degli amici. Certo è che ogni mese migliora e migliora e migliora … grazie a tutti voi, perchè tutti noi sappiamo bene che

        4.   Non è possibile applaudire con una mano sola!

…. e  voi avete un proverbio, più o meno cinese, da condividere con me? Tanto per applaudire assieme!


Eyjafjallajokull

Finalmente qualche buona notizia!

Forse voi non ci crederete ma da due giorni Sharm el Sheik è diventata una località esotica. Di quelle difficili da raggiungere. Solitarie. Che richiedono passione e sforzi per essere conquistate. Non più scorribande di Italiani che da Malpensa prendono l’aereo la mattina come fosse una metropolitana  e si ritrovano, tutti assieme  il pomeriggio,  in coda per lo snorkeling. Pesci Napoleone, Angelo, Leone, e Cernie libere di vagabondare nei fondali senza dover sorridere forzatamente agli scatti subacquei dei turisti connazionali. I voli da Milano sono stati cancellati.

Il mare resta calmo, di un azzurro invitante. Le onde scorrono tranquille fino a riva, increspandosi solo un po’ più dolcemente laggiù dove la barriera corallina è rialzata. Niente più Banana boat si aggirano rumorose e schiamazzanti nell’acqua, nè ragazzini immersi in  cavalcate su neri pneumatici.  Ferme in porto anche le glass-boat: magnifica idea di barca con lo scafo di plexiglass che permette al turista di vedere i pesci senza bagnarsi neanche i piedi. Cito pedissequamente la pubblicità: “adatta soprattutto per chi non sa nuotare ma ama comunque  fare un’esperienza diretta a contatto con il mondo marino…” Esperienza diretta a contatto… con un vetro graffiato e opaco, più che con il fondo marino!

Cammelli rilassatamente seduti in riva  al mare e non più obbligati alla “cammellata” sulla spiaggia con la turista imbranata che ridacchia urlacchiando – “Aiuuuuto!” – ad ogni passo.

Ma il silenzio si nota la sera. Terminati gli schiamazzi nei pub anche l’Hard Rock Cafè sembra aver messo il silenziatore alle sue urlanti casse stereofoniche. In realtà io non ho mai capito come si possa fare ad andare in Egitto e finire a mangiare un hamburger “unto e bisunto” all’Hard Rock Cafè di Sharm, lo posso concepire a Memphis … ma tant’è!

Così, mentre è sempre più difficile la situazione dei trasporti aerei  e molti passeggeri, non potendo partire in aereo si sono riversati nelle stazioni e alla ricerca di traghetti – comunque insufficienti ad arginare il problema – una parte del modo sta respirando. Eolo e Vulcano hanno finalmente deciso di allearsi, liberando i nostri cieli da mostri alati che perforano bianche candide nuvole … inquinandole. Pensate, miei cari lettori, che il gas di scarico di un aeromobile contiene: anidride carbonica, vapore acqueo, ossido di azoto, monossido di carbonio, idrocarburi come il metano, solfati, fuliggine  e particelle metalliche!! 

Non sapremo quanto durerà. L’ultima eruzione del vulcano Eyjafjallajokull nel lontano 1821 è durata un anno e mezzo. C’è quindi molta speranza per tutti.

Sopratutto per le aragoste, torturate nei ristoranti di Sharm  in piccole vasche di plastica: loro sì che tirano un sospiro di sollievo, anzi se da ieri provate ad appoggiare un orecchio al vetro della vasca sentirete una nenia ridondante che assomiglia però molto a un coro esultante da stadio: Eyjafjallajokull, Eyjafjallajokuull, Eyjafjallajokuuull, Eyjafjallajokuuuull!!!”  C’è da capirle, ogni giorno in più di vento e di fumate vulcaniche, si traduce per loro in  un giorno in più di vita!


Un gran bel peccato capitale!

Lo so che in questo blog ci sarebbero dovuti essere i lavori in corso ancora per un po’, ma ho appena fatto una scoperta davvero piacevole e volevo condividerla con voi.

E’ uscito oggi il nuovo libro di Intermezzi Editore. Si intitola “Il paese bello” scritto dal trentenne Cesare Stefano Sgambati.

Troverete qui “Il non più giovane Holden“, uno dei sette racconti che costituiscono il libro. Si legge con il fiato sospeso fino in fondo, trattenendo il respiro e urlando a pieni polmoni per la forza della scrittura.

Sarà il momento, sarà il mio assopimento odierno, ma questo racconto affascinante per la sua crudezza,  mi ha davvero svegliato e colpito positivamente. Sarei curiosa di sapere cosa ne pensate. Coraggio una lettura che richiede solo 10 minuti! … poi cioccolata al peperoncino per tutti, promesso!

Il paese bello
Sette racconti come sette nuovi peccati capitali che costruiscono parola dopo parola una prigione, la cella del nostro bel Paese.

scoprilo

Lavori in corso

 

 “Mi scuso per il disagio arrecatovi, ma sto lavorando … per me”.

 


Il silenzio perfetto

 

C’è un silenzio del cielo prima del temporale, delle foreste prima che si levi il vento, del mare calmo della sera, di quelli che si amano, della nostra anima, poi c’è un silenzio che chiede soltanto di essere ascoltato.

(R. Battaglia, “Un cuore pulito“)

 

Amo molto il silenzio. Situazione ottimale per la concentrazione e la riflessione anche se per me non indispensabile. Con facilità riesco ad estraniarmi dal mondo e dai suoi rumori per poter pensare, immersa nel mio personale silenzio.  Ciò non toglie che sia spesso alla ricerca del silenzio, che non ami anzi affatto lo strillare o lo schiamazzare … a volte mi imbarazzo pure per la mia risata, assai riconoscibile ma, per quanto sincera, troppo “grassa” ed esibita!

Certo è che, nei momenti di forte difficoltà della mia vita, sono stata alla ricerca del vero silenzio. Quel silenzio che rappresenta l’oblio, la voglia di perdita di contatto con la realtà. Un “silenzio perfetto” che fa dimenticare chi siamo e dove siamo. Ho cercato un silenzio che riempisse l’anima solo ad ascoltarlo e che fosse rigenerante per tutte le cellule. Un silenzio che rallentasse il ritmo del mio cuore e del respiro tanto doveva essere intenso. Un silenzio dove poter rilegare i miei dolori più privati, non tanto per dimenticarli, ma perchè a volte non ci sono parole che possano servire a descriverli o ad alleviarli. Ritengo che in quei momenti solo il silenzio possa avvolgere un dolore per renderlo meno assordante, meno fragoroso o rimbombante.

* * * * * * * *

More about Il silenzio perfettoHo letto “Il silenzio perfetto”  di Ilaria Mazzeo edito da Intermezzi.

Ilaria  ha solo 30 anni e questo è il suo primo romanzo breve, che devo ammettere, si legge in un soffio. Una scrittura semplice ma ricca di dialoghi ben articolati.

La trama: un concentrato di dolori, spesso solo sussurrati, o appena accennati che lasciano però il lettore  – almeno quello munito di fantasia – forse troppo libero di immaginarsi i personaggi e le loro storie. In sole centoventi pagine si concentra il dolore di due fratelli abbandonati dal padre; il dolore per la morte di un fratello precedentemente scomparso; il dolore per una storia d’amore ritenuta sbagliata e per questo terminata.   Fra le righe del racconto, si intuisce il dolore del nipotino rimasto orfano (liquidato in una frase “Chi restituirà l’infanzia a questo bambino?), nonchè quello per un vecchio amore abbandonato; il dolore nel rivedere il vecchio padre e potrei forse continuare. Chiaramente, un po’ tanto; quasi il libro fosse dedito alla ricerca di un “dolore perfetto” più che di un tale silenzio … 

Il racconto tende anche, per quanto assolutamente scorrevole,  a non delineare molto i personaggi, tranne giustamente un po’ la protagonista, Ginevra, che rimane però sempre con una consistenza ed un’ampiezza leggermente limitata. Tutto scorre velocemente e velocemente viene liquidato. A momenti resta difficile immedesimarsi in lei, nei sentimenti che prova e infine, considerato il periodo nero che sta passando, non possiamo che condividere la scelta del suo medico nel prescriverle dei potenti e “miracolosi” sonniferi!

Ma, ironia a parte, ci sono tratti di scrittura molto interessanti come le visioni oniriche della protagonista che si sviluppano come un leggero filo conduttore in tutto il romanzo. Presenze costanti che danno un senso alle sue scelte e che forse l’aiutano a non sentirsi così sola e “ad andare avanti come un cavallo con il paraocchi, ben imbrigliato ed addestrato a percorrere sempre la stessa strada“.

Non sono pertanto nel complesso, certo centoventi pagine che si fanno sfogliare senza lasciare il segno. Anzi forse il cruccio arrivati alla fine è che avremmo voluto leggerne ancora, avere altri dettagli e saperne di più. Vi lascio volentieri una traccia che ritengo fra le più interessanti:

“Una volta pronta, mi fermo a fissare il mare. (…) Cammino fin dove si tocca, poi, quando arrivo in prossimità della barriera corallina, mi butto. (…) Ma appena mi riprendo dall’impatto con le meraviglie del mondo sommerso, è qualcos’altro a catturare la mia attenzione: il silenzio.

E’ come se qualcuno avesse tolto il sonoro al mondo. Sono sola, come spesso mi accade, ma stavolta non c’è nessun rumore di fondo a turbare il rumore dei miei pensieri. (…) Mi sento protetta come non mi accadeva da tempo, avvolta come sono nell’abbraccio dell’oceano che quietamente mi accoglie, senza pormi domande, senza cercare di turbare in alcun modo il dolore che ad ogni bracciata mi riaffiora dentro, ma delicatamente, sotto forma di una melanconia dolce, irresistibile.”

Chiaramente una bella lettura – a tratti anche intensa – che ci avvolge con piacere, e che tenta di proiettarci  dentro l’anima di una giovane donna moderna che cerca, certo non senza fatica, di  “sopravvivere” ad una vita troppo spesso per tutti noi non proprio gentile.