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About solindue

I'm Sol' ... what else!

C’è sempre un perchè

  • i pantaloni iniziavano a starmi stretti
  • ero stufa di starmene seduta sotto una finestra
  • avevo bisogno di uscire
  • dovevo abbandonare quella  pelle
  • io ho un nome
  • ho un cognome
  • una data di nascita
  • un volto
  • non sono un fumetto
  • non voglio nascondermi
  • non ho niente da nascondere
  • non ho nulla di cui vergognarmi

Sto bene e sto vivendo fuori da qui

  • annuso i fiori
  • corro per le spiaggie
  • bevo vino e mangio dolciumi
  • mi peso la mattina  sulla bilancia
  • faccio fotografie
  • rido, rido molto
  • parlo, parlo poco
  • metto la crema antirughe
  • gioco
  • lavoro
  • amo

Chiunque si presenti con i proprio volto avrà le mie coordinate.

Il tempo degli avatar è passato


AAA Artista cercasi

L’articolo che segue è un estratto a cura di  Iacopo Perfetti  curatore (fra le altre cose) di un concorso che s’intitola “Mine, l’esplosione del sè”.

MINE è, nella sua accezione anglosassone di mio, l’essenza stessa della persona, la sua parte più interiore e privata, l’unica realmente propria. E MINE è, nella sua accezione italiana di mina, una metafora della personalità esplosiva dell’artista tanto ingovernabile quanto visionaria. Perché questa è l’essenza vera di un artista. La sua profonda sensibilità. Un artista è una porta che vede prima di chiunque altro la profondità delle cose e ne da’ una traduzione alle masse così che tutti possano aprire gli occhi. Non si può essere artisti part-time.

L’essenza dell’artista è qualcosa che irradia la vita intera e non lascia via d’uscita. L’artista non è il suo prodotto.

L’artista è la sua stessa vita. L’artista è se stesso.

Pensiamo ad un artista come Salvador Dalì. La sua vita è uno schiaffo in faccia al vivere quotidiano è una Celebrazione continua di se stesso e del suo mondo. La forza con cui si prende gioco della società borghese che lo venera come fosse un Dio mente lui sporca un foglio con un pennello intriso di acrilico nero è la sintesi della sua genialità. Una genialità quasi arrogante e, proprio per questo, totale, senza limiti, con un potere che travalica ogni istituzione, ogni luogo comune.

Un mettersi in gioco senza compromessi con la sola convinzione che nel proprio futuro, parafrasando i The Clash, o ci sarà la gloria o ci sarà la morte. Ed è proprio attraverso la personalità eccentrica dell’artista che l’arte torna a svolgere il suo fine più importante. Comunicare. Sorprendere. Shockare. Perché è proprio lo shock uno dei concetti più attuali dell’arte contemporanea. Un tema chiave per comprendere le dinamiche che da Warhol a Hirst ne hanno dettato i paradigmi. Lo squalo in formaldeide di Hirst nasce per shockare. Le prostitute di Teheran dell’artista iraniana Shirin Fakhim nascono per shockare. Il bambino con il tamburello di Cattelan, come le gigantesche sculture di Ron Mueck o quelle perverse dell’artista americano Paul McCarthy o dei Chapman Brothers nascono per shockare.

Questo è il compito di un artista. Avere il coraggio di usare la propria sensibilità per cambiare il mondo. Governare la propria esplosione del sé. E quale momento migliore di questo per farlo. Sono convinto, e lo scrivo con indole più economica che curatoriale, che il mondo, come oggi lo conosciamo, potrebbe essere salvato più da un’opera d’arte che dall’ennesima manovra finanziaria. Il capitalismo ha fatto il suo tempo, il Grande Altro della politica e della religione ci ha abbandonato da diversi anni ormai, quello che ci resta è la cultura e il suo immenso potere rivoluzionario. Dagli errori del passato purtroppo l’uomo sembra non aver imparato nulla. Da una parte del mondo si conservano pezzi di muro come feticci di una vergogna storica che, giuriamo, mai riaccadrà, mentre dall’altra parte del mondo si costruiscono muri sempre più alti come se le lezioni della storia si fossero frantumante di fronte all’arroganza del presente. E’ solo dal futuro che l’uomo potrà imparare a cambiare il presente.

E solo gli artisti hanno la follia necessaria per vedere il futuro.

Concludendo quindi, con una citazione da guerriero della notte, se sei artista come out and play perché questo è il tuo tempo.

Teoria interessante non credete?


E anche questa è andata!

Ieri sera ero ad una cena di auguri di Natale. Bel ristorante fra le colline toscane, compagnia un po’ attempata ma sempre interessante.

Sono rientrata a mezzanotte, ho messo a letto Baby G. e mi sono ritrovata, stanca, davanti allo specchio a struccarmi quel poco di rimmel che mi ero messa.

“Chissa” mi son detta “se sarei invecchiata allo stesso modo se questi ultimi dieci anni fossero stati diversi, se questo autunno fosse stato diverso”.

Non si può sapere cosa sarebbe stato di noi quando si apre una porta e se ne chiude un’altra. Non posso sapere cosa sarà di me da gennaio in poi.

Certo è che la prossima settimana è di trasloco. Da qualsiasi lato si guardi la cosa vado più o meno in pensione anticipata. Situazione in parte voluta e in parte no. Dopo circa  vent’anni lo studio che era di mio marito e poi mio chiude. Tanta roba credetemi… e tanto il fastidio nel vedere tutti i libri riposti nelle scatole da traslocatori sconosciuti.  Nessuno dei miei, oramai ex, collaboratori e soci, interessati e presenti.

Da gennaio inizia davvero una nuova vita. Tutta da costruire.  Tornerò in palestra, tornerò in barca a vela e cercherò di dedicarmi alle mie rughe: mi sono costate anni di fatica … devo coccolarle per bene!


Una fiaba d’uovo

Solinduephoto

Un contadino trovò un giorno nel suo pollaio un uovo tutto d’oro. Pensò di aver visto male, si avvicinò meglio, lo prese in mano…
-E’ proprio d’oro- disse al colmo della gioia -d’oro zecchino!
Prese il prezioso uovo e, con molta cura, lo portò in casa. Anche la moglie rimase dapprima stupita poi felice disse al marito:
-Siamo ricchi. Abbiamo una gallina che fa le uova d’oro. Non saremo più costretti a lavorare.
-Aspettiamo a essere così sicuri- rispose il marito -può essere un caso. Non sappiamo ancora se possediamo una gallina che ci fa le uova d’oro o se questo è piovuto, chissà come, dal cielo.
Il giorno seguente ansioso ed emozionato il contadino entrò nel pollaio. L’uovo d’oro era là, e l’uomo tirò un gran sospiro di sollievo.
-E’ proprio vero!- gridò quindi alla moglie uscendo di corsa dal pollaio.
-Abbiamo una gallina che fa uova d’oro. Dobbiamo scoprire quale fra le nostre pollastre ci fa le uova d’oro, così la separeremo dalle altre e la nutriremo meglio.
Spiarono a lungo il pollaio e scoprirono qual’era la preziosa gallina, poi costruirono solo per lei un pollaio più spazioso e più bello in cui la rinchiusero da sola a fare le uova d’oro. Non ebbero più bisogno di lavorare e diventarono ricchi. Però, man mano che si arricchivano e che la loro fattoria si ingrandiva senza che dovessero lavorare, i due cominciarono a chiedersi perchè dovevano stare ad aspettare un solo uovo al giorno e dicevano:
-Certo che un uovo al giorno non è poi tanto! Se ne facesse almeno due!
-Secondo me- dichiarò un giorno il contadino -questa gallina ha un mucchio d’oro nella pancia e noi stiamo qui ad aspettare un piccolo uovo al giorno, mentre potremmo diventare ricchissimi in un momento solo.
Con questo pensiero in testa uccise la gallina che faceva le uova d’oro, ma trovò che dentro era fatta come tutte le galline.
Così, per l’avidità di arricchirsi, perse anche la possibilità di ricevere quanto aveva ricevuto fino a quel giorno.

[http://www.pinu.it/]


Colpita e affondata

A inizio mese sono stata Padova a visitare la mostra/mercato di arte contemporanea Arte Padova.

Negli ultimi anni queste mostre mercato sono cresciute numericamente come funghetti, a immagine  e somigliaza di quelle più famose di Bologna  o Basilea.

Le trovo molto divertenti, specialmente quelle più “piccole” perché oltre a trovare i “soliti” artisti famosi (Pomodoro, Fonatana, Isgrò, Castellani ….) hanno sezioni riservate ai giovani, con idee e intuizioni spesso davvero geniali e interessanti.

Nello specifico la mostra di Padova aveva una sezione riservata agli “Under 5.000″, dove la cifra sta per il costo relativamente basso delle opere in esposizione e vendita.

In realtà, ad essere totalmente sincera, sono stata a Padova perché a Gennaio dovrei esporre una mia fotografia all’Arte Fiera-off  di Bologna, proprio attraverso  una di queste giovani gallerie, quindi la mia visita a Padova era pilotata da un interesse MOLTO personale.

A gennaio, quando sarà e se sarà, incroceremo tutti assieme le dita … affinché il 2012 sia un anno di svolta positiva!

Dimenticavo, al rientro in treno da Padova ho giocato a battaglia navale con Mr Calzino e ho perso miseramente … colpita e affondata!

Evidentemente il 2011 non è davvero il mio anno fortunato.


Sarà …

Con l’intenzione di godermi un attimo di pausa mi siedo in un delizioso caffè di Firenze.
Ordino un cappuccino con cacao e decido, soffiando fuori dai miei polmoni i miei pensieri, di rilassarmi.
Sono le 9.30 circa e nel caffè c’è un andirivieni importante di persone. La zona dove è situato il bar è ricca di uffici, banche e studi legali, quindi in giro c’è tanta “bella gente”.
Gli uomini  quasi tutti in giacca e cravatta con soprabiti e sciarpe in tinta, sono ben curati. Capelli a posto e ben sbarbati. Se chiudo gli occhi mi sembra quasi di sentire il miscuglio piacevole dei loro dopobarba. Solo due uomini, su una decina,  indossano giacconi  slargati e consumati nonchè scarpe un po’ sformate tipo Clarks scamosciate di qualche tempo fa. Tutti gli altri sembrano comparse di un film su Wall Street.
Le donne sono ben truccate, anzi se guardo bene le immagino  uscite tutte da poco dal parrucchiere! Molte indossano tacchi alti e calze leggere che lasciano scorgere, in qualche caso, anche caviglie affusolate e gambe toniche.
Entrano ed escono dal caffè in piccoli gruppetti. Chiacchierano fra loro in maniera solare e spesso con molta intesa. In più di un caso mi è sembrato di vedere leggeri ammiccamenti fra i due diversi sessi: sguardi luccicanti, occhiolini  e certamente sempre grandi sorrisi.
L’ambiente è davvero gioioso e piacevole. Racchiude uno squarcio della nostra società assolutamente positivo. Nessuno sguardo che  in quel momento mi circonda può ricollegarsi a un lunedì nero della borsa o a una Messina inondata dall’acqua.
Eppure, mi domando inevitabilmente, come sarà la loro vita privata. Usciti dalla loro giornata di lavoro cosa faranno? Rientreranno in felici famiglie, formate da mogli e mariti splendenti? Abiteranno in deliziosi appartamenti senza perdite d’acqua, con mobili di design? Trascorreranno il prossimo fine settimana fra un aperitivo e una cena nell’ultimo locale alla moda?
Oppure, rientreranno a casa la sera, insoddisfatti della loro  giornata guidata dall’obbligo del  ”va tutto bene!”. Stanchi di sorridere e sprizzare di felicità “per dovere”,  s’ infileranno in un paio di ciabatte consunte e, rispondendo a monosillabi al proprio compagno di vita, si piazzeranno davanti al televisore felici di poter vedere il lunedì  il nuovo programma di Fiorello “Il più grande spettacolo dopo il week end”?

Più del 40% di ascolti. 12 milioni di italiani sintonizzati il lunedì su Raiuno mi fa pensare al bisogno di “una scusa istituzionale” per scrollarsi di dosso ogni genere di problema.
Ho visto il programma e adoro Fiorello. Sono una sua “follower” su Twitter e tutte le mattine seguo la sua rassegna stampa.  Lui è senza dubbio un grande. MA il botto di ascolti del suo varietà tutto luci e davvero poca sostanza, mi lascia insoddisfatta e  mi fa riflettere.

Sarà tutt’oro ciò che luccica?


Via, via, via

Via, via, via, scappa via di qui!

Nenche il tempo di rotolare giù dalle scale che la bombola del gas nella cucina alle mie spalle scoppia.

Il fragore è immenso e lo spostamento di aria bestiale. Senza possibilità di scampo vengo travolta e scagliata a terra.

Non so quanto tempo ho trascorso svenuta ma riesco a riprendermi. Sono ricoperta di detriti, le orecchie mi sanguinano, gli occhi mi bruciano e ho una profonda ferita sul petto.

Via via … Vieni via con me. Niente più ti lega a questi luoghi. Neanche questi fiori azzuri.

Fuori è buio. Cammino per la strada  sola e sento i miei passi rimbombare fra il silenzio della notte.

Nessuna luce sembra penetrare dalle finestre chiuse delle case.  Nessun rumore di macchina neanche in lontananza.

Piove. Fitto e leggero. Solo completamente bagnata ma non ho freddo. L’acqua sembra scivolarmi addosso con estrema facilità.

I miei abiti o il mio corpo non le sono di nessun ostacolo.

Via via …  Neanche questo tempo grigio, pieno di musiche e di uomini che ti son piaciuti.

L’ambiente  è ancora silenzioso, ma è divenuto caldo e incredibilmente accogliente.

Nell’aria sento un delicato profumo di mughetto.

Le pareti sono color crema, la luce soffusa e il pavimento è morbidissimo, come fosse un infinito materasso, estremamente piacevole anche al tatto.

Cammino scalza.

Entra e fatti un bagno caldo. C’è un accappatoio azzurro. Fuori piove, è un mondo freddo.

Lo specchio alla parete è molto grande. Quasi grande come tutta la parete.

Tutte le pareti adesso hanno uno specchio.

Mi avvicino e la mia immagine viene riflessa dieci volte, o forse venti, cinquanta: un leggero movimento e dietro di me sembra riflettere l’infinito.

Mi fermo. Mi volto. Osservo.

La mia camicetta bianca è macchiata all’altezza del cuore. Una brutta macchia rossa … anch’essa viene riflessa una volta, o forse dieci o magari anche  cinquanta volte o più.

It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful good luck my mamy, it’s wonderful, it’s wonderful I dream of you…

Esiste un senso di marcia?


The Best Magazine

Lettera aperta dei Direttori

Sono oramai due anni che scrivo su WordPress con il nome di Solindue. Due anni in cui la mia vita per mille motivi è cambiata. Si cresce, ci si evolve e ciò che riempiva l’anima e bastava una volta, poi, in un attimo, sembra non bastare più.

Non sono l’unica ad avere queste sensazioni. Così mi scrive Arthur:

“Se all’inizio questa collaborazione a distanza era stimolante, adesso, almeno per me, qualcosa manca. Mi manca la possibilità di confrontarmi senza dover essere separati nel fare delle scelte che riguardano tutto ciò che fa parte di una vera rivista; potersi vedere per discutere, magari animatamente, foto e articoli alla mano, di come imbastire una comunicazione.”

Condivido il suo pensiero. Appieno. Nonostante le belle serate passate al telefono a discutere dei vostri articoli, delle fotografie, di layout e impaginazione, qualcosa manca. Credo fermamente che The Best abbia oramai svolto la sua funzione: unire persone diverse sotto uno stesso blog e uno stesso foglio. Per Arthur e me sono stati due anni di grande crescita, e non possiamo che essere felici di aver fatto questo percorso assieme e insieme a voi.

Ma a desso è arrivato il momento di voltare pagina. La redazione di The Best “a distanza” chiude, questa è l’ultima pubblicazione.

Ma niente panico.

Ci sarà un altro The Best? Immagino di sì – la passione per questo gioco non è affatto svanita – ma solo nel momento in cui Arthur ed io saremo pronti a porre fine ai nostri appuntamenti virtuali, incontrandoci davvero sulle scale di una chiesa o seduti a un bar per un vero caffè saremo in grado di dare al nostro magazine un’impronta sensibilmente più vera e concreta.

Senza fretta ma credo veramente che la nostra amicizia abbia bisogno di fare un passo avanti in questo senso e così la nostra rivista.

Martina

*******

E già, è sempre difficile dire, anche solo per un attimo, basta, prendiamoci una pausa ma, in un certo senso, è proprio quello che stiamo facendo, ci fermiamo un po’ e poi, chissà…

Una sfida iniziata con quest’avventura, e che ci ha aiutato a considerare il blogger non solo come un vicino di casa virtuale, ma l’Amico con il quale dividere quel “camminare insieme” che tante volte ho avuto modo di raccontare in questi due anni e mezzo di blog.

Ricordo il primo numero, in numero 0, lo studio del logo di The Best, inserito poi sulla foto di Martina da lei sapientemente ritoccata con PhotoFunia, le prove interminabili per la scelta del tema migliore per il blog, l’immagine della testata, le discussioni senza mai fine tra me e Martina per cercare di capire come e cosa fare, con la sconcertante certezza di essere totalmente a digiuno di tutto e forse anche dippiù, ma consapevolmente desiderosi di voler superare qualsiasi ostacolo, tanto era l’entusiasmo e la voglia di farcela.

Ricordo il primo vero numero, il numero 1, cioè quello da sfogliare, l’arrivo degli articoli, delle foto, le riunioni virtuali in redazione, la scelta della copertina, il panico (il mio) al pensiero di come impaginare il tutto, la scelta dei fonts, dei colori, le immagini che non riuscivano a stare al loro posto, mannaggia e che, sconsiderate, pasticciavano con le parole – quante volte ho pensato: e adesso, come faccio? –  ma allo stesso tempo, forte della vostra fiducia, l’incoscienza, la voglia di tuffarmi a capofitto in un’avventura, quella del grafico, che fino a quel momento avevo sperimentato solo in maniera marginale, insomma, la vera prima sfida da superare, senza contare dopo l’emozione di vedere il nostro Magazine finalmente pubblicato su Issuu –uhhhh, quante volte l’ho sfogliato quella mattina… – i telefoni bollenti, il mio e quello di Martina, per la troppa voglia di raccontarci ridendo felici, che ce l’avevamo fatta.

Esagero? No, credetemi, una sfida che si è consumata ogni volta che usciva un nuovo numero di The Best.

Entusiasmo, fiducia e spensieratezza: la nostra ricetta vincente.

Tutto questo per dire che un’esperienza di questo genere, fatta a distanza e senza neanche conoscerci, è servita per capire che c’è sempre un piccolissimo spazio a disposizione per ognuno di noi, se solo riusciamo a non considerarci unici.

Grazie a tutti!

Arthur

The Best magazine number five è on line!!


da # 150 twitter ai blackbloc

Potrei essere vostra madre, o vostra sorella – per fortuna non lo sono, perché immagino che per quanto amiate le vostre madri e sorelle, la loro saggezza vi appaia come un altro pezzo di quel presunto perbenismo che siete venuti a disfare con le vostre mani, con le vostre braccia giovani, con le vostre spranghe e i vostri bastoni. Ma non sono né vostra madre né vostra sorella, sono una giornalista, lavoro da tanti anni in una radio indipendente, e da poco meno di un anno faccio un lavoro che prima nemmeno esisteva, il curatore di social media, una persona che verifica e sceglie contenuti tratti dal lavoro collettivo della rete per produrre a sua volta contenuti informativi. Seguo da dieci mesi le rivolte arabe, e questo mi ha cambiato la vita. Non solo perché le rivolte l’hanno cambiata a tante persone, ma perché le migliaia di ragazze e ragazzi che stanno lottando per il futuro dei loro paesi mi hanno restituito la passione civile, mi hanno fatto sentire interrogata sui modi in cui facciamo politica, mi hanno strappato dal meccanismo di delega vuota degli ultimi quindici anni, e mi hanno fatto restare in un paese che prima volevo lasciare. Studiare l’attivismo in rete mi ha condotto alle stesse conclusioni di altre decine di curatori: non esiste bloggare o twittare da una posizione di neutralità; si può offrire alla rete la propria esperienza di verifica, di studio, di approfondimento, ma si diventa partecipi, e in qualche modo attivisti, senza quasi rendersene conto, senza averlo deciso. E un bel mattino si accetta che sia così. Perché, vi assicuro, non si può stare immersi nella lotta di piazza Tahrir senza sentirsi in qualche modo responsabilizzati, interrogati nel profondo, chiamati – non a riempirsi la bocca di slogan, ma a fare sul serio. E così come faccio dirette Twitter sul Cairo col cuore in gola perché ad ogni sit-in o corteo uno di quei ragazzi può lasciarci la pelle – come è successo a Mina Daniel, disarmato, durante il massacro dei copti il 9 ottobre – così ho twittato la Roma del #15O con crescente apprensione. Ho avuto paura che vi faceste accoppare da un poliziotto che perdeva la testa. Ho avuto paura che vi faceste pestare a sangue come chi è stato a Genova dieci anni fa ricorda bene e non dimenticherà mai. Ho avuto paura che saltaste in aria nell’esplosione di una di quelle auto che avete bruciato. Ho avuto paura che uno di quei blindati ubriachi vi investisse. Ho avuto paura che ammazzaste un poliziotto. Ho avuto paura che il vostro disprezzo evidente per la gran massa di gente perbene fra cui vi siete mimetizzati vi portasse a ferire, o a uccidere, o a far uccidere, una persona che un bastone o una spranga non li userebbe mai. Poi ho capito che voi non avete paura. Voi vi piacete così, vi sentite belli con la vostra ferocia, con la vostra rapida coreografia della morte, ho capito che corteggiate il pericolo, che non vi importa delle conseguenze, che pensate di non avere niente da perdere (e siete troppo giovani per capire che invece avete parecchio), e soprattutto ho capito che non state costruendo niente. Senza quella folla immensa in cui vi siete nascosti – lo sapete benissimo – non siete niente, nessuno vi guarda, nessuno si cura di voi, non contate un accidenti. È vero, siete bellissimi e subdoli e veloci come un branco di lupi che discende in pianura. I miei amici antagonisti vi ammirano, sono dalla vostra parte, riconoscono in voi una rabbia profonda che tutti proviamo. Salvo poi essere un filo confusi – infiltrati della polizia oppure intrepidi compagni? Devo scrivervi perché ho rispetto per chi muore per le cose in cui crede. Per chi non ha scelta. Per chi in piazza ci va studiando, facendo fatica, mediando con persone che la pensano diversamente. Per chi si stanca, e piange, per chi diventa eroe suo malgrado, e perde amici e fratelli, e pure non smette. Per chi da dieci mesi non dorme una notte intera, per chi si interessa della democrazia e si domanda come crearne una che funzioni e darle il proprio contributo. Per chi si fa un culo pazzesco nelle scuole, nella magistratura, nei sindacati clandestini, nei giornali censurati, nella tutela legale dei prigionieri politici, nel servizio d’ordine della piazza più rivoluzionaria del mondo. Per chi va in galera a vent’anni per aver scritto una cosa di troppo in un blog, o viene torturato per un graffito. Per chi rinunciando ad armarsi ha scelto la strada più lunga e produttiva. Per chi le botte e i gas lacrimogeni se li risparmierebbe se potesse, per chi i sassi li tira perché ha di fronte un apparato infernale e corrotto che da 40 anni lo schiaccia e lo tortura – e non per modo di dire. Per chi soltanto una settimana fa ha visto i soldati gettare nel Nilo cadaveri di cristiani disarmati. Voi siete solo imitatori, attori, pedine. Non avete rispetto per i vostri diritti, e ricoprite un ruolo ridicolo nella stessa recita che tanto detestate. È nato un movimento internazionale, se vi va di rendervene conto, che potrebbe perfino salvarci dal nostro provincialismo. Ha quattro regole in croce, e chiede di rispettare solo quelle. Ha scelto la resistenza passiva – la studia, la pratica, sa a cosa serve. Se volete, è anche casa vostra. Sta a voi. Dentro al movimento, con le vostre forti braccia e magari anche il cervello, potete sperare di contare qualcosa. Ma se non avete rispetto, se non vi fidate di nessuno, se siete cinici e nichilisti e avete già deciso che non cambierà mai niente, se pensate di essere un po’ più derubati degli altri, più precari degli altri, più disoccupati degli altri, allora andate a fare gli esclusi per scelta sugli spalti degli stadi, o a spaccare vetrine da soli finché non sarete cresciuti – con la vostra illusione di avere sempre ragione, di sfidare il sistema, o di distruggere i simboli della proprietà privata mentre è vostro padre che paga ancora le rate. Vi va bene che siete italiani. Vi va bene che qui c’è qualcuno a cui fa comodo che esistiate, che finge di non vedere i bastoni nascosti a San Giovanni dalla sera prima, che non vi ferma alla stazione Termini mentre passate col viso coperto e un metro di legno che vi spunta dagli zaini. Vi va bene che qui il rapporto di fiducia con la polizia è così corroso e malato che a via Merulana si è fatta un’assemblea tragica in mezzo ai lacrimogeni per decidere se consegnare o no 3 di voi agli agenti – perché la polizia è maiale se ti carica, o se carica quelli sbagliati, ma è anche vigliacca se non ti protegge dai provocatori. Vi va bene che siete nati in un paese così bizantino e pieno di segreti che le teorie del complotto sono sempre lecite. Vi va bene che siete in un paese vecchio, l’unico in cui il movimento che dichiara la fine di un sistema fallimentare scende in piazza ancora coi suoi stracci di bandiere, con le sue divisioni tribali, con i suoi rottami di sindacato, col suo ritardo spaventoso in un paese governato da un impunito. Vi va bene che siete in un paese ipocrita, teatrale, che sfila in tv ma poi alle assemblee di discussione non ci va, e che ha aspettato invano per anni che qualcuno lo chiamasse in piazza invece di andarci e basta. E vi va bene che siamo ancora così stupidi da organizzare cortei-fiume in mezzo ai palazzi più preziosi del mondo invece di occupare pacificamente una piazza – perché certo, poi ci toccherebbe anche metterla in sicurezza noi stessi, e tenerla pulita, e prendercene la responsabilità. Vi va bene che vi sia stato offerto di nuovo un palcoscenico – voi, e tre ore di caroselli anni ‘70 delle camionette in diretta tv. Col “sistema” sembrate d’accordo almeno su una cosa: sul fatto che è meglio non manifestare del tutto, che è meglio tenere la bocca chiusa e starsene a casa, cioè esattamente l’opposto di quello che reclama questo movimento – il diritto a riprendersi lo spazio pubblico, e a usarlo per il bene comune. Avrete pure vent’anni ma siete vecchi anche voi, non scandalizzate nessuno, e vi lasciate usare. Vi hanno fatto credere che la prima linea sia quella piazza da cui avete divelto i sanpietrini, e ci siete cascati. E invece, come vi dirà qualunque vero rivoluzionario, la prima linea è dentro, e si trova insieme, e costa tempo, pazienza, e fatica. Una cosa è sicura – questo movimento sarà anche ingenuo, ma tanto non sarete voi a cambiare il mondo. Avreste dovuto restare a bocca aperta, quando la basilica ha aperto i suoi giardini ai manifestanti soffocati dai lacrimogeni a San Giovanni. A bocca aperta per la bellezza straordinaria di quel luogo che appartiene all’umanità intera, e che è nostro privilegio conservare a prescindere dalla fede religiosa. E qualcuno avrebbe dovuto dirvi che a gennaio, per proteggere con una catena umana il Museo Egizio del Cairo, uomini e donne si sono presi per mano mentre dai tetti gli sparavano addosso i cecchini del loro stesso presidente. E che quegli uomini e quelle donne sanno che la non-violenza ha un prezzo salato, come 700 morti, che non si finisce mai di pagare. Ma ci ricordano che è uno strumento collettivo di straordinaria civiltà e potenza; ti permette di vincere battaglie decisive, ti migliora, ti moltiplica, ti eleva, ti fa contare sul serio, e ti conquista il rispetto del mondo.

Marina Petrillo

http://tweetdeep.tumblr.com/


Steve

Siate affamati, siate folli.

 


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